La protesta
Covid-19, morto 78enne di Segromigno Scende a 9 il numero di nuovi contagiati
I casi si sono registrati a Lucca, Capannori e in tre comuni della Valle: Minucciano, Piazza al Serchio e Pieve Fosciana
lucca
Cominciamo dalla buona notizia: il numero dei contagi è in calo. Rispetto ai 13 casi di lunedì, nella giornata di ieri, se ne sono registrati 9. Ma il bollettino, purtroppo, riporta anche un nuovo decesso: si tratta di Renato Lencioni, 78 anni, di Segromigno in Monte. È morto ieri mattina, Lencioni, all’ospedale San Luca, dove stava lottando, inerme, contro il coronavirus. Un mostro subdolo che continua a diffondersi e a colpire, un po’ ovunque. Nove nuovi casi, dicevamo: 2 a Lucca, 4 a Capannori e 3 in Valle del Serchio: un contagiato a Minucciano, uno a Piazza al Serchio e un altro ancora a Pieve Fosciana. E poi c’è quel decesso che, ancora una volta, fa comprendere quanto il coronavirus sia un nemico temibile e da non sottovalutare. Mai.
Ne è la prova Renato Lencioni che si è ammalato l’8 marzo. O, perlomeno, in quei giorni ha cominciato ad avere i primi sintomi: la febbre, la tosse, la perdita del gusto. Lunedì scorso, poi, la corsa in ospedale. Poi più niente. «I medici ci hanno detto che mio padre non ha potuto nulla contro l’aggressività del Covid-19 – racconta, commossa, la figlia Antonella – Era già molto debilitato, magro. Era debole, non ha reagito. È stato ucciso, strappato al nostro affetto. Era una persona buona, mio padre. Si faceva voler bene da tutti. Era molto stimato, anche a Segromigno. Un uomo d’altri tempi, come forse non esistono più».
Una vita nel settore del calzaturiero come operaio dalla riconosciuta abilità artigianale, “Nacco”, come era soprannominato dagli amici, a Piaggiori, località di Segromigno in Monte, era molto conosciuto, appartenente ad una storica famiglia dedita alle calzature, soprattutto negli anni d’oro quando questa parte del Capannorese era nota in tutta Italia per la produzione degli zoccoli. La battuta sempre pronta, persona semplice, generosa ed estroversa, coltivava una grande passione per i funghi che andava a raccogliere sulle Pizzorne. E, come ogni cercatore, amava i boschi di cui conosceva ogni centimetro quadrato. La sua seconda casa era il bar “Renata” dove, ormai da pensionato, trascorreva il tempo con i paesani. Abitava vicino a Lencioni, il mitico “Carube”, un’istituzione del ciclismo nazionale. «Renato era una persona positiva, allegra, con una grande vitalità, una brava persona benvoluta da tutto il paese dove era molto conosciuto – ricorda l’ex meccanico dei campioni delle due ruote degli anni Settanta – gli piaceva anche lo sport, in tv seguiva un po’ tutto e non si perdeva le grandi classiche del ciclismo». Tra le sue tappe per la spesa il supermercato Sigma di Gabriella Giusfredi, presidente del centro commerciale naturale, che lo ricorda come «una persona buona e simpatica». Don Damiano Pacini, parroco di Segromigno, l’aveva visto non molto tempo fa. «L’avevo incontrato di recente per la benedizione alla famiglia, persona buona e socievole, integrata nella comunità». Renato Lencioni, oltre ai figli Antonella e Michele, lascia la moglie Lorena e i fratelli. «Sabato prossimo ci sarà l’ultimo saluto a mio padre – conclude Antonella Lencioni – È una cosa atroce fino a quando non tocca proprio te. È assurdo, siamo increduli. Ci mancherà il suo sorriso, la sua vitalità. Il suo esempio». –
martina trivigno
nicola nucci
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