Il Tirreno

Lucca

«Contro il Covid-19 rispettiamo le regole»

Martina Trivigno
«Contro il Covid-19 rispettiamo le regole»

Monica Ribecai è la nipote di Pierluigi Del Fava, 81 anni, ucciso dal coronavirus: «Ai miei concittadini dico: non uscite»

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Martina Trivigno / lucca

«Il coronavirus è una malattia aggressiva, crudele. Strappa le persone all’affetto dei suoi cari e non consente loro neppure un abbraccio, non dà la possibilità di un ultimo saluto. Toglie alle persone la dignità. Anche per questo rispettate le disposizioni. E restate a casa». Monica Ribecai, 61 anni, di Lucca, è arrabbiata. Suo zio, Pierluigi Del Fava, 81 anni, è stato ucciso dal Covid-19. È più una situazione d’impotenza, la sua, mentre pensa che suo zio non ha neppure potuto salutarlo. «Ha lottato fino alla fine – racconta Ribecai – ma, alla fine, ne è uscito sconfitto. Quella malattia era troppo aggressiva, per lui, che già soffriva di alcune patologie pregresse». Per Monica Ribecai, che lavora all’ufficio servizi sociali del Comune di Lucca, le vittime del coronavirus sono paragonabili a quelle della guerra. Ai civili, inermi, che niente possono contro i crimini efferati che vengono compiuti intorno a loro. «Mio zio ha cominciato ad avere la febbre, poi sono arrivati i problemi respiratori – racconta, amareggiata, Monica – Così è stato ricoverato al San Luca. Ma, nonostante gli sforzi di medici e infermieri, è morto dopo tre giorni. In un letto, da solo, senza il conforto dei suoi familiari».

Pierluigi Del Fava, ex elettricista, originario di San Concordio, ma che viveva alla Maolina, lascia la moglie e le figlie Tatiana e Katiuscia. Lui, attivo nell’associazione parrocchiale che nel corso degli anni si è dedicata a creare un ponte tra Italia e Bielorussia per far arrivare a Lucca i bambini di Chernobyl, era un punto di riferimento anche in famiglia. «Sabato scorso è stato dato l’ultimo saluto a mio zio Pierluigi – racconta Monica – al suo funerale hanno potuto partecipare soltanto tre persone. Una cerimonia “blindata”, per via degli effetti del coronavirus. Non ho potuto esserci e così ho acceso una candela. Il suo ricordo lo porterò sempre con me, insieme ai tanti insegnamenti che ci ha trasmesso. Era una persona buona, sempre disposta ad aiutare gli altri. Mancherà a tutti quelli che l’hanno conosciuto e che avrebbero voluto salutarlo».

Un cruccio – quello dell’ultimo saluto – difficile da scacciare per Monica Ribecai, mentre, in lei, prende sempre più piede la consapevolezza di dover essere ligi alle disposizioni governative. «Non ho potuto esserci, al suo funerale – racconta, commossa, la nipote dell’81enne – se n’è andato da solo e questo genera in me una grande tristezza». Ma Ribecai sa che questo non è il momento di lasciarsi prendere dalla disperazione. Il dolore continuerà a portarlo dentro di sé, ma quanto accaduto nella sua famiglia deve essere un monito. Per tutti quanti. «Vorrei dire a chi non ha ancora capito che dobbiamo restare in casa – precisa la donna – di farsi un esame di coscienza. E magari, invece di andarsene in giro per le strade delle nostre città, pensino al male che possono procurare agli altri. Chi non rispetta le regole, infatti, non mette a repentaglio soltanto la propria vita ma pure quella degli altri. E così le persone continueranno ad ammalarsi e, forse, aumenterà il numero dei decessi. In questa battaglia dobbiamo essere forti e, soprattutto, uniti per un bene superiore: la nostra salute». –

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