Il Tirreno

Lucca

l’intervista 

«Ogni giorno in prima linea: si può anche avere paura»

Barbara Antoni
«Ogni giorno in prima linea: si può anche avere paura»

Il dottor Michele Petrone racconta la vita dei medici di medicina generale ai tempi del coronavirus. «È un dolore sapere che un paziente è positivo»

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Barbara Antoni / lucca

Sì, un po’ di paura può averla anche un medico. Un timore latente che può trasformarsi in umana paura davanti ai pericoli del coronavirus, soprattutto quando la malattia la vede davanti a sé, nella notizia del contagio di un paziente, nel terrore che legge nei suoi occhi. Il dottor Michele Petrone non lo nasconde. È un medico di medicina generale molto conosciuto e apprezzato a Lucca, cura da oltre vent’anni i lucchesi dai suoi ambulatori di Sant’Anna in via Pisana, di San Concordio e del centro storico in piazza Sant’Alessandro.

«Se ho paura? All’inizio ero sicuro di no, anche per contrastare mia moglie, medico in pneumologia al San Luca, più timorosa di me. Io l’ho presa meglio, faccio di tutto per tutelarmi con i mezzi di cui disponiamo. Timore sì, l’ho avuto anch’io, da subito, ma non paura. Ora che ho appena parlato al telefono con una paziente risultata positiva... Mi dispiace molto, ho sperato fino all’ultimo che il tampone fosse positivo. Ma per fortuna è giovane, e sta bene. Le persone più anziane sono le più esposte, anche se in terapia intensiva ci sono pazienti con meno di 60 anni. Un motivo in più per raccomandare alle persone che oggi possono godersi la famiglia di restare a casa. È quasi un privilegio»..

Dottor Petroni, quanto è cambiata la vita di un medico di famiglia da quando è scoppiata l’emergenza coronavirus?

« La nostra attività ambulatoriale è radicalmente cambiata. Siamo il primo filtro. Capita di trovarsi davanti un paziente che può essere positivo, a me è successo più volte. Siamo di fronte a una situazione sconosciuta da gestire. Abbiamo ridotto le presenze in ambulatorio al minimo. E sono molto, molto aumentate le consulenze telefoniche. A volte ci troviamo davanti anche a domande a cui non ci sono risposte o se ci sono, sono poco certe».

Può farci alcuni esempi?

«A volte sono anche domande irrazionali , del tipo “sono passato davanti a un bar dove ho saputo che si è fermata una persona risultata positiva. Cosa devo fare?”. Alcuni pazienti chiamano per sintomi aspecifici: in questi casi si attiva il triage telefonico, per sapere come evolve la patologia. In questo momento si deve fare grande attenzione alla tosse secca e persistente. Viene chiamato l’ufficio igiene per accertare la presenza o meno dell’infezione».

Può spiegarci come funziona in questi casi?

«In questi casi viene effettuato un tampone prelevando materiale biologico: si introduce un cotton fioc a livello della cavità nasale. I sintomi del contagio da virus sono molto simili a quelli di un’influenza: per questo usiamo molto il saturimetro durante le visite. Una delle complicazioni frequenti è la polmonite interstiziale: sono i casi che necessitano il ricovero».

Dall’avvio dell’allarme virus, i medici di famiglia non si riposano mai.

«Siamo sempre reperibili, anche il sabato e la domenica, per non gravare ulteriormente sulla continuità assistenziale. Un’ordinanza di protezione civile ci aiuta a tenere lontani i pazienti con problemi non importanti o per la semplice prescrizione di farmaci. In questa fase, basta trasmettere il codice della ricetta per sms al paziente o direttamente alla farmacia, e il farmaco può essere ritirato direttamente, senza passare dall’ambulatorio».

Continua a fare visite domiciliari?

«Sì, ma in modo molto ridotto rispetto alla mia media. Sono un medico che ama poco visitare per telefono. Ma ora stiamo cercando di limitare le visite domiciliari».

Camici monouso e mascherine sono finalmente arrivati nei vostri ambulatori?

«Alcune mascherine sono arrivate, anche se di materiale non molto pregiato. Ho soltanto una mascherina Ffp2 (quelle dotate di valvola, ndr), quindi di solito uso quelle chirurgiche, alcune più valide, altre meno».

Dottore, quando finirà l’emergenza?

«Ho molti dubbi sulla tempistica. Credo che dovremo stare in campana ancora per un tempo di almeno un mese e mezzo, anche perché il picco si rimanda di settimana in settimana. Quello che si attendeva nei prossimi giorni ad esempio, ora si dice che arriverà i primi giorni di aprile. Dopo il picco ci sarà la fase di plateau, ovvero l’appiattimento della curva».

Domanda banale, ma ripetere è importante: cosa più di tutto può arrestare la diffusione del virus?

«Tutto dipenderà dai nostri comportamenti, da quanto si riduce il contatto. Uno slogan coniato in questi giorni dice che “il virus non ha le gambe”: l’unico modo per cercare di arginarne la diffusione in effetti è cercare di stare a casa propria e di limitare al massimo i contatti». —



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