Il Tirreno

Lucca

Dottori di famiglia e guardie al lavoro senza protezioni

Luigi Spinosi
Dottori di famiglia e guardie al lavoro senza protezioni

Il presidente dell’Ordine: «Abbiamo trovato da noi 130 tute nei negozi di agraria e intanto nella nostra Asl un medico di famiglia è risultato positivo»

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LUCCA

«Sventurata la terra che ha bisogno di eroi»: la citazione di Brecht sembra fatta apposta per descrivere quanto sta vivendo il nostro Paese. Gli eroi, in questo caso, sono i medici, gli infermieri, i volontari, il personale sanitario in genere, in prima linea contro questo microscopico quanto insidioso mostro chiamato coronavirus. Una definizione che però, probabilmente, non piace ai diretti interessati perché no, non avrebbero nessuna intenzione di essere eroi. Il loro desiderio è quello di fare il proprio lavoro, fondamentale. E lo vorrebbero fare in condizioni di sicurezza. Condizioni che però non sempre, anzi quasi mai, vengono messi in condizione di avere.

Una situazione che colpisce tutti, e in particolare i primi riferimenti della cittadinanza, ossia i medici di medicina generale e quelli di continuità assistenziale (ossia quelli di famiglia e le guardie mediche). L’ultimo drammatico caso è quello di Marcello Natali, 57 anni, medico di Codogno ucciso proprio dal coronavirus.

«E ancora sul fronte dei dispositivi di sicurezza non si è visto niente – commenta il presidente dell’Ordine dei medici di Lucca Umberto Quiriconi – intanto abbiamo notizia di un collega, un medico di famiglia della nostra Asl, che è risultato positivo al tampone. C’è molta sofferenza tra i colleghi per queste carenze, in particolare sulla costa, anche per quanto riguarda la guardia medica. Come ordine siamo riusciti a raggranellare 130 tute in agrarie e mesticherie (e che sono adatte anche per il nostro lavoro), e altre 500 mascherine ci sono state date dal Comune di Lucca. Stiamo distribuendo questo materiale, ma si consumerà in fretta. Stiamo cercando di supplire alle carenze con le nostre forze, ma non è facile riuscire a reperire questo materiale».

L’impressione è che da parte delle istituzioni si giochi molto sul fatto che i medici di famiglia sono in realtà “solo” convenzionati: «È vero, non siamo dipendenti – riprende il presidente dell’Ordine – ma siamo a tutti gli effetti presidi del Servizio sanitario nazionale». Ma di questo dettaglio sembra che le varie istituzioni si ricordino solo quando si tratta di doveri, e un po’ meno quando si tratta di diritti, in primis quello della salute (che poi non è solo la propria, e nemmeno quella dei familiari, è anche quella degli assistiti).

In questo senso sembrano andare anche i controlli sulla salute dei sanitari (i famosi tamponi) anche se su questo fronte qualcosa si starebbe muovendo: «Speriamo – riprende Quiriconi – anche se al momento ne ho sentito parlare solo per i dipendenti, che ho nel cuore per quanto stanno facendo, ma non per i convenzionati, che pure sono in prima linea».

Ma non è tutto, c’è un aspetto, una stortura nel decreto sul coronavirus, che appare incredibile (il termine usato per descriverla è «allucinante»), che interessa direttamente non solo i medici di medicina generale, ma anche i loro assistiti: «Se un dottore è stato a contatto con un sospetto caso di coronavirus – spiega Quiriconi – non solo non deve fermarsi, anzi, in base alle disposizioni, almeno fino a quando non manifesta sintomi, è obbligato a lavorare, con tutto quel che ne consegue». E tra quel che ne consegue c’è anche la possibilità di trasformarsi in vettore per il virus. Insomma di diventare suo malgrado una sorta di “untore” invece di una persona che cerca di portare la salute. «Noi siamo preparati – chiude Quiriconi – sappiamo di andare incontro a dei rischi, fa parte del nostro lavoro. Ma una cosa è farlo con dotazioni di sicurezza, un’altra è farlo senza». —

Luigi Spinosi

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