Lutto
«La vita come prima dovrà attendere Il virus dovrà prima essere azzerato»
L’assessore Raspini parla dalla “prima linea”: «Il nostro primo impegno oggi è aiutare chi è in difficoltà e ha paura»
Barbara Antoni / lucca
«Sono in primissima linea». Da quando l’emergenza coronavirus è entrata nel pieno, in particolare dopo il contagio del sindaco Alessandro Tambellini, dal suo studio di casa, tra videoconferenze e telefonate, l’assessore Francesco Raspini assolve a ritmo continuo al suo compito di “prima linea”. Che «in questo momento - spiega al telefono col Tirreno - ha assunto i connotati di protezione civile. Dobbiamo in primo luogo garantire l’assistenza a famiglie bisognose ma anche a nuclei in quarantena che non hanno parenti di supporto. Diamo sostegno morale, psicologico, informazioni e rassicurazioni a chi si rivolge a noi».
Il punto di raccordo con la popolazione lucchese è il Coc, comitato operativo intercomunale, dove «abbiamo dato vita - spiega Raspini - a un gruppo con una formazione psicologica per rispondere alle telefonate delle persone in quarantena che ci cercano per raccontare le ansie di chi è ristretto, ansie paragonabili a quelle di un periodo di guerra».
Raspini, in questa fase così difficile e delicata, qual è la preoccupazione più grande?
«Dobbiamo cominciare a comprendere che a prescindere dal picco dei contagi, dovremo aspettare che i contagi siano azzerati per ripartire come prima, a meno che nel frattempo non si trovi un vaccino al coronavirus. Se ripartissimo in condizioni diverse, rischieremmo di veder riprendere l’epidemia. Il picco è utile per capire l’entità dei contagi, serve agli ospedali per diluire il più possibile l’affluenza. Ma per parlare della vita come prima bisognerà aspettare e non sarà a breve. Il virus deve sparire per ricominciare: sarà un anno molto complicato sotto tutti i punti di vista».
La strada è ancora lunga, insomma.
«Non dobbiamo perdere l’ottimismo: l’umanità è uscita da cose peggiori. La crisi sta facendo venire fuori tante cose positive».
Ad esempio?
«Come le pubbliche amministrazioni, che sono notoriamente rigide. Ma in questi giorni ho visto la disponibilità di centinaia di dipendenti comunali a lavorare da casa. Ho visto spirito di sacrificio e di servizio, unità di intenti. I dipendenti comunali hanno sentito la difficoltà del momento e il loro ruolo di pubblici ufficiali. Mi fa piacere ringraziarli attraverso questa intervista».
Cosa ci lascerà soprattutto questa esperienza?
«Ci lascerà in dote un’altra cosa che dovremo saper sfruttare: il grande sforzo collettivo. Dal virus usciamo tutti insieme se tutti insieme mettiamo davanti l’interesse della collettività. Tutti saranno colpiti dagli effetti della crisi. Ma se ogni categoria ripartisse da sé, sarebbe una fuga disordinata, e ci “scapperebbe il morto”. Se invece mettiamo insieme le forze e costruiamo una via di uscita collettiva, avremo un futuro migliore. Oggi sono necessari realismo e ottimismo».
Il Comune potrà rientrare presto in piena attività?
«Nonostante le difficoltà, il Comune ha riaperto. È chiuso al pubblico, ma i servizi essenziali sono disponibili. Da lunedì 16 marzo lo stiamo riattivando da remoto. Stiamo cercando anche di attivare profili skype per quei servizi che necessitano anche di un contatto visivo oltre che della trasmissione di documenti. Stiamo individuando le persone giuste per questi compiti. Potranno funzionare in questa modalità ad esempio l’ufficio di gabinetto del sindaco, cultura e turismo, lavori pubblici».
Come sono le sue giornate da oltre una settimana a questa parte?
«Sono in isolamento volontario e questo mi permette di far fronte alle necessità primarie, come fare la spesa. Passo molte ore davanti al pc. Alle 8 di mattina cominciamo a sentirci, a fare videoconferenze con gli uffici comunali. Alle 15 c’è la riunione del Coc. E da quando il sindaco ha avuto problemi di salute, sono io a parlare ogni giorno con l’Asl e i suoi referenti, con i primari del San Luca. Sono molto aiutato in questo compito dalla consigliera Cristina Petretti, che è molto efficace».
Siete riusciti ad acquistare mascherine per i medici, la richiesta è pressante.
«Ne sono orgoglioso. Siamo riusciti, grazie a un contatto con un’azienda toscana produttrice di dispositivi di protezione individuale, ad acquistare 10.000 mascherine Ffp1, quelle chirurgiche, che non sono l’ottimale né per i medici ospedalieri né per quelli di medicina generale. Ma è importante avere queste intanto. Ne abbiamo ordinate altre, dei modelli Ffp2 e Ffp3, le più idonee per loro. Stiamo mettendo una toppa in attesa che intervenga il governo centrale. Non dobbiamo lasciare senza scudi chi è in prima linea, cioè medici e infermieri. Se salta la prima linea, saltiamo tutti. A noi è chiesto di stare a casa, e alcuni ancora non lo fanno. A loro di rischiare la salute, e lo fanno». —
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