Il Tirreno

Lucca

Addio al caporale Ivan Houston

Luigi Spinosi
Ivan J. Houston con il sindaco di Lucca Alessandro Tambellini
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Ivan J. Houston con il sindaco di Lucca Alessandro Tambellini

Si è spento a Los  Angeles, a 94 anni, il soldato della Divisione Buffalo: nel 1944 partecipò alla liberazione di Lucca stabilendo un rapporto speciale con la città

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LUCCA. Addio caporale. A  Los Angeles, si è spento Ivan J. Houston. A giugno avrebbe compiuto 95 anni, e se la morte non lo avesse colto all’improvviso, la prossima estate, c’è da giurarci, sarebbe tornato ancora una volta nella sua Lucca, quella città che - poco più che ragazzo – vide per la prima volta nel settembre del 1944, quella città che contribuì a liberare, quella città per cui provava un immenso (e ricambiato) amore.

Ivan Houston si è spento in ospedale, dove si trovava ricoverato in seguito a un malessere. Una notizia che arriva inaspettata per chi aveva avuto la fortuna di conoscere Ivan Houston che, a dispetto dell’anagrafe, anche lo scorso settembre, nella sua ultima visita a Lucca di una lunga serie, appariva in grande forma, nel fisico e nello spirito, e che non ha voluto mancare ai numerosi eventi organizzati per celebrare il 75° anniversario della Liberazione della città di Lucca. Del resto lui, di quegli eventi era stato uno dei protagonisti, al punto da ricevere dal sindaco Alessandro Tambellini la medaglia della città di Lucca.

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Nato e cresciuto in California il 15 giugno del 1925 aveva appena 19 anni, praticamente un ragazzino, quando si trovò a contatto l’orrore della guerra. Ivan Houston era un “Buffalo Soldier”, come venivano definiti gli appartenenti alla 92ª divisione di fanteria, composta da soldati afroamericani come lui. Il suo primo impatto con la guerra fu proprio qui in Toscana, dove, dopo un rapido addestramento, prese parte alla campagna d’Italia con le truppe alleate impegnate nella risalita del Paese per liberarlo dai nazifascisti. All’inizio del settembre del 1944 il primo scontro armato, nel percorso dalla costa verso Lucca e la visione dei primi compagni d’arme morti, poi l’incontro (da lontano) con la città di Lucca: «La nostra divisione non entrò in città – raccontò lo stesso Houston, intervistato dal Tirreno in occasione della sua ultima visita – però rimasi impressionato dall’immagine delle Mura e delle torri che stavano dietro, non avevo mai visto niente del genere». Poi la Divisione Buffalo prese parte ai combattimenti lungo la Linea Gotica, che divise in due l’Italia nell’inverno del ’44, compresa la sanguinosa Battaglia di Sommacolonia, a Barga.

Di quella gioventù trascorsa a combattere in e per un Paese straniero Ivan ha conservato sino all’ultimo molti ricordi, tristi come la morte dei suoi amici, ma anche piacevoli, come l’accoglienza ricevuta all’epoca da lui e dai suoi commilitoni afroamericani, provenienti da una nazione dove la discriminazione era ancora forte: «Fummo accolti come liberatori – raccontò al Tirreno - gli italiani ci abbracciavano e ci baciavano, quelli erano i primi abbracci e i primi baci che ricevevamo nella nostra vita da dei bianchi. Ne rimasi impressionato io, che venivo dalla California, dove la segregazione razziale, seppur presente, era meno forte. Immaginatevi la sorpresa degli altri soldati di colore che arrivavano da quegli stati del Sud dove il razzismo era la regola».

Da allora il suo rapporto con l’Italia, e con Lucca, è sempre stato molto stretto, rafforzato dalla scoperta di uno dei simboli sacri della nostra città ossia il Volto Santo, il crocifisso con un Gesù nero. Un’immagine che per Houston aveva assunto anche un significato quasi simbolico: «Da soldato ho combattuto la mia prima battaglia a Lucca, la città del Volto Santo, e l’ultima – nell’aprile del 1945 – a Pontremoli, dove si celebra il Cristo Nero».

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Rientrato dalla guerra Houston ha studiato all’Università di Berkley, per poi fare carriera nel campo delle assicurazioni e impegnandosi per la comunità. Dopo essersi sposato ha avuto tre figli, due nipoti e quattro pronipoti, e alla sua esperienza militare ha dedicato il libro “Black warriors”. Ma di quell’esperienza nella campagna d’Italia resta anche un documentario, “With one tied hand”, ossia “con una mano legata”, quella di fatto con cui si trovarono a combattere i soldati afroamericani, tra forniture scarse e poco o nessun rispetto da parte dei commilitoni bianchi. Una mano legat che rende ancor più eroico quanto i ragazzi della “92nd Infantry Division” hanno fatto.

Addio e grazie, caporale Houston.

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