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Lucca

il caso 

Lo psicologo: «Farmaci alla figlia Può essere un gesto di egoismo»

renato bertolucci* ; *Psicologo e psicoterapeuta
Lo psicologo: «Farmaci alla figlia Può essere un gesto di egoismo»

Il parere di Renato Bertolucci sul caso dell’infermiera che somministrava gli oppiacei alla figlia: «Come causa non c’è solo la sindrome di Munchhausen»

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renato

bertolucci*

Spesso ci viene proposta un’immagine idealizzata della genitorialità che talvolta può essere in forte contrasto con il vissuto intimo della madre e del padre. Diventare genitori è un processo che porta con sé tante emozioni positive, ma anche paure, insicurezze e che può evidenziare fragilità e disturbi che in precedenza rimanevano nascosti.

Tutto questo, richiede certamente un intenso sforzo di adattamento fisiologico (per la madre) ma anche psicologico, sociale e relazionale per il padre ma anche per entrambi i genitori. L’episodio che è stato riportato dal Tirreno colpisce e provoca dolore, per la figlia in quanto vittima, ma anche per il comportamento della madre.

Non è facile formulare una p valutazione in scienza e coscienza. L’esperienza professionale di oltre 36 anni di cui 15 nel ruolo di Giudice Onorario presso il tribunale per i Minori di Firenze può aiutare a darne una lettura. La prima cosa che accade quando inizia una gravidanza è il cambiamento fisico nella donna che deve preparare un cambiamento psicologico.

È possibile eludere l’istinto naturale e non amare i propri figli? La risposta purtroppo è sì. L’episodio evidenziato dal Tirreno riporta una madre che somministrava oppiacei alla figlia. La madre la vedeva crescere, diventare autonoma e temeva di perderla. Cosi ha deciso di somministrare dei farmaci, incurante degli effetti collaterali, che costringevano la figlia a stare per lunghi periodi a letto, a non avere una vita a disturbi clinici gravissimi, tanto da costringerla ad abbandonare la scuola. Viene citata la sindrome di Munchhausen come possibile causa del comportamento materno. Oppure richiamata una qualche sindrome psicopatologica nella struttura di personalità della madre per spiegarne i comportamenti. Non si conoscono gli atti e quindi si esprime il proprio parere solo ricorrendo alla propria esperienza. A volte si può parlare di un soggetto che non vuole perdere il controllo sul figlio, che non rispetta il suo processo evolutivo e che anzi lo contrasta, senza riflettere sugli effetti di tali comportamenti sulla vita del figlio, perché troppo concentrati sul proprio vissuto.

Non per questo la motivazione può trovare spazio in una psicopatologia, ma in una diversa impostazione di pensiero. Un gesto dettato forse da egoismo.

Vorrei proporre una situazione che ho vissuto molti anni fa e che mi porto ancora nel cuore. Riguarda l’ episodio di una ragazza maggiorenne con gravidanza al sesto mese venuta da un’altra regione presso la casa famiglia situata in Lucca, dove svolgevo il ruolo di psicologo della Comunità di ragazze madri. La ragazza decide di proseguire la gravidanza, lontana dal proprio paese e dalla propria famiglia ma è intenzionata a dare in adozione il proprio figlio, di non riconoscerlo alla nascita. Decisione enorme per una ragazza di 23 anni.

Poco prima del parto ha deciso di spiegarmi il perché di questa presa di posizione. Il bambino che portava in grembo era frutto di una violenza ad opera di un familiare e intendeva dare in adozione il bambino perché altrimenti il figlio gli avrebbe ricordato la violenza subita.

Un gesto estremo, doloroso, con un dolore che sicuramente accompagnerà questa ragazza, ma anche un grande gesto di amore. Madre può essere anche questo. —

*Psicologo

e psicoterapeuta



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