La protesta
Un caso analogo 22 anni fa con la madre che finì in carcere
La donna fu filmata in ospedale mentre scioglieva nel cibo del figlio di 5 anni una pastiglia di un antipertensivo dopo che il bimbo era finito in coma
LUCCA. Rara, ma non eccezionale (se ne contano attualmente alcune migliaia di casi), la Sindrome di Muenchausen per procura è un disturbo di personalità, senza causa apparente e senza terapia. Il nome prende origine dal barone Karl Friedrich Hieronymus Muenchausen, soldato prussiano del Settecento a cui si ispirò lo scrittore tedesco Rudolf Erich Raspe per il protagonista del romanzo «Le avventure del barone di Münchausen» divenuto famoso per i suoi inverosimili racconti (un viaggio sulla Luna, un viaggio a cavallo di una palla di cannone). La malattia trae origine da disturbi fittizi con sintomi fisici, non psichici. Il soggetto (il più delle volte genitore e più di frequente donna, rapporto di 3 a 1 rispetto all'uomo, con età oscillante tra i 20 ed i 60 anni) trasferisce, con fredda lucidità e competenza, tutti i più svariati sintomi sui figli attraverso una sequela infinita di indagini, di scelte autonome e personalistiche di terapia e ricoveri. Anche qui è potente la necessità di attrarre l'attenzione generale sulla propria persona, trovando motivazioni razionali di scelte per il benessere psico-fisico del bambino.
IL PRECEDENTE
L’11 aprile del 1998 una madre lucchese di 35 anni venne arrestata per tentato omicidio pluriaggravato in flagranza di reato all’ospedale Campo di Marte. I carabinieri la sorpresero mentre stava sciogliendo una compressa di un farmaco contro l’ipertensione nel cibo del figlio.
Per la procura per anni aveva somministrato al suo bambino di 5 anni e mezzo, antidepressivi, diuretici e altri farmaci in dosi massicce rischiando di ucciderlo e provocandogli ripetuti stati di coma con gravissimi danni cerebrali. L’arresto in flagranza era all’epoca l’unico modo per gli investigatori di avere la certezza che era proprio la madre ad imbottire di farmaci il bambino causandogli improvvisi collassi e stato di coma profondo. I carabinieri e i finanzieri della pg della procura attraverso una telecamera nascosta nella cameretta del reparto di pediatria filmarono la scena e non ci furono più dubbi. Ad insospettire medici e inquirenti erano stati i frequenti ricoveri del bambino: circa 10, tra Milano e Lucca, dal 1995 al 1998. Entrava in ospedale in coma, con una pressione non superiore ai 30, e lì si riprendeva ma dopo pochi giorni tornava in uno stato semivegetativo senza che i medici facessero assumere farmaci. Un rebus fino a quando alcuni sanitari non notarono un comportamento anomalo della madre: un attaccamento morboso che andava al di là del trasporto materno. Dopo l’arresto la madre negò tutto sostenendo di non essere stata lei la persona ad aver sciolto una compressa di «Catapresan» nel cibo del bimbo e non essere lei la persona ripresa dalla telecamera nascosta nella camera dell’ospedale. Un autentico sdoppiamento della personalità. —
L.T.
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