Il Tirreno

Lucca

l’inchiesta sui discepoli  

Il vescovo Giulietti sul caso Calomini: «Da anni l’eremo non è più una casa»

Gianni Parrini ; Servizi alle pagine 2 e 3
Il vescovo Giulietti sul caso Calomini: «Da anni l’eremo non è più una casa»

Il monsignore lascia parlare il collega pratese ma precisa: «I religiosi non vivono più lì, solo presenza saltuaria» 

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A Lucca i discepoli dell’Annunciazione si vedevano in duomo solo in occasione della messa per la Santa Croce. E nel corso degli anni il loro numero era andato via via diminuendo. Una presenza-assenza divenuta ora ingombrante a seguito dell’inchiesta della procura di Prato sulle presunte violenze sessuali ai danni di due minori, operate anni fa, da alcuni membri del gruppo religioso fondato da don Giglio Giglioli.

Secondo gli inquirenti alcune degli episodi finiti nel fascicolo dell’indagine si sarebbero consumati nell’eremo di Calomini, il complesso di Fabbriche di Vergemoli proprietà della diocesi. L’arcivescovo Paolo Giulietti, che ieri era fuori Lucca, preferisce che a gestire la faccenda per conto della Chiesa sia il collega di Prato, che non a caso ieri ha fatto una conferenza stampa. Giulietti ha poco da aggiungere, dato che è arrivato a Lucca da appena un anno: «Non ho ancora avuto modo di visitare l’eremo – dice – Non saprei dirvi granché su questa faccenda. Da anni il complesso non era più una “casa” abitata, c’era solo una persona che veniva saltuariamente d’estate. Gli altri andavano e venivano per le celebrazioni del fine settimana. In passato mi risulta che ci vivessero in diversi, ma non saprei quanto è durato. Ospiti della foresteria? A quel che so i discepoli erano piuttosto restii a ospitare. Per questo non mi risulta che vi siano state persone da fuori. Per il resto mi rimetto alle dichiarazioni del vescovo di Prato che è la persona che si esprime ufficialmente su queste cose perché responsabile dei soggetti coinvolti. Tra l’altro l’associazione è stata sciolta di recente».

In effetti lo scorso dicembre la creatura di don Giglioli, riconosciuta in base al diritto canonico nel 2010, è stata sciolta dal Vaticano. Il motivo? Diversi, a quanto pare. L’associazione non era riuscita a radicarsi né per quanto riguarda la messa a punto del carisma originario né per la struttura comunitaria né per il numero degli aderenti: molti dei quali hanno abbandonato la vita religiosa, mentre altri hanno chiesto di diventare sacerdoti. Per questi motivi già nel 2013 la diocesi di Prato aveva disposto una verifica ufficiale – si chiama visita canonica – a cui ne era seguita un’altra nel 2018, voluta direttamente dalla Santa Sede. Di fronte al perdurare alla fine dello scorso anno è arrivato lo scioglimento per – recita la nota – “limiti nel reclutamento e nella formazione dei membri, la non adeguata distinzione tra foro interno e foro esterno – vale a dire la separazione tra l’ambito della coscienza, spettante al confessore, e quello della disciplina, di pertinenza del superiore religioso – e deficienze nell’esercizio dell’autorità. A ciò si aggiungono “forti perplessità sullo stile di governo del fondatore e sulla sua idoneità nel ricoprire tale ruolo”. —

Servizi alle pagine 2 e 3

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