Il Tirreno

Lucca

giorno della memoria 

Omaggio di due città a Davide e Dante

Emanuela Ambrogi
Omaggio di due città a Davide e Dante

Si riuniscono i consigli comunali di Lucca e Porcari  per i due internati lucchesi scampati ai lager tedeschi

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LUCCA. Due consigli comunali, quelli di Lucca e Porcari , si riuniranno oggi, nel Giorno della Memoria, per rendere omaggio a due internati militari lucchesi che, scampati alla prigionia e alla camera a gas, si sono ritrovati settant’anni dopo grazie ad un articolo pubblicato dal Tirreno.

Alle 17,30, nella sala del consiglio a Palazzo Santini si ricorderà la vicenda di Davide Massei del Piaggione e di Dante Unti di Porcari, ai quali verrà consegnato un attestato di ringraziamento firmato dai sindaci di Lucca e Porcari e dal presidente della Provincia. Nicola Barbato, dell’Istituto Storico della Resistenza, terrà l’orazione ufficiale.

La storia drammatica del Novecento, raccontata da chi l’ha vissuta, è anche raccolta in un video – a disposizione delle scuole – che narra le vicissitudini di due lucchesi deportati, dai nazisti, ma capaci di salvarsi da quell’orrore e che si sono ritrovati quest’anno, a oltre settant’anni dalla fine della comune prigionia. Un documentario che racconta le storie di Massei, 98 anni, e di Unti, quasi centenario di Rughi.

A far ritrovare i due scampati ai campi nazisti fu l’articolo pubblicato dal Tirreno sulla vicenda di Massei, protagonista a Fornoli delle celebrazioni per la Liberazione. Articolo letto anche dal figlio di Dante Unti che, nei giorni successivi, era andato a Piaggione per conoscere Massei e per portarlo da suo padre. Massei è reduce dal campo di Buchenwald, dove era stato deportato dopo l’8 settembre del 1943, quando si era trovato a combattere contro l’ex alleato tedesco, in Montenegro.

«All’arrivo – racconta – fui messo in campo di concentramento con ebrei, russi e altri. Fui spogliato dei miei pochi averi. Non ci facevano dormire all’interno della baracca perché dicevano che lì c’erano malati contagiosi. Io vedevo arrivare camion carichi di cadaveri che venivano poi portati ai forni: in lontananza erano ben visibili ciminiere fumanti. Rimasi in quel campo venti giorni, poi, con tutti gli italiani, fui portato in un’altra località, in un campo di lavoro».

Dopo sei mesi Massei fu trasferito in una fabbrica in cui veniva montata la bomba V1 e poi la V2. Nel 1945 il gruppo di Massei fu inquadrato e incolonnato per raggiungere Berlino: «Ci aspettava una brutta fine, perché lì, saremmo stati utilizzati come scudi umani nei bombardamenti. Ma durante il viaggio riuscii a fuggire con altri tre amici e a tornare a casa dopo varie peripezie».

Unti, sarto strappato al suo lavoro dalla chiamata alla leva obbligatoria nel 1939, fu anche lui preso nei pressi di Dubrovnik dopo l’8 settembre. Fu internato nel campo di lavoro di Stablack, a Kaliningrad, ma riuscì a sopravvivere e a tornare a casa alla fine della seconda guerra mondiale. Sulla sua storia ha pubblicato un libro Virginio Bertini: “Il sarto di Rughi”.

Il “docuvideo” nasce invece da un’idea della figlia di Massei, Roberta, che vuole lasciare ai nipoti e alla comunità intera la testimonianza delle tragiche vicende delle deportazioni dei nazisti. La regia è di Roberto Carli. Si tratta di un mix di interviste, fotografie e momenti di ricostruzione degli eventi, con la testimonianza di due prigionieri che hanno vissuto esperienze parallele nei campi di prigionia dal settembre 1943 alla primavera 1945. —

Emanuela Ambrogi

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