Il Tirreno

Lucca

giorno della memoria 

Medaglia del Presidente della Repubblica per quel “No”

Medaglia del Presidente della Repubblica per quel “No”

Ilario Simoni, 98 anni, nel 1944 si rifiutò di continuare  a combattere con i tedeschi Catturato col fratello Elia  finì in un lager in Germania

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LUCCA. Il prossimo 27 settembre taglierà il traguardo dei 98 anni. Ma di questi 98 anni c’è un periodo, in proporzione nemmeno troppo lungo (poco più di 8 mesi), che ne ha segnato l’esistenza. Quel periodo che va dal 20 agosto del 1944 al 30 aprile dell’anno successivo, da quando cioè Ilario Simoni, insieme al fratello Elia di tre anni più vecchio, venne catturato dai tedeschi. In quanto militari che, dopo l’8 settembre, non avevano continuato a combattere con i nazifascisti, lui e suo fratello vennero considerati disertori e, in quanto tali furono fatti prigionieri. La storia di Ilario è uguale a quella di tanti giovani che, in quegli anni terribili, rifiutarono di piegarsi a chi ne voleva fare degli assassini in divisa. Ma di quei giovani di allora oggi ne sono rimasti pochi, e poche sono rimaste le testimonianze dirette di chi la guerra l’ha vissuta sulla sua pelle e che, proprio per questo, sa quanto di poco nobile ed eroico ci sia del confrontarsi l’un l’altro armati. Di certo molto meno nobile ed eroico rispetto a un gesto che, in quei tempi, era davvero sinonimo di coraggio, ossia il dire “no, io non ci sto”.

Ecco, il Giorno della Memoria serve anche a questo. Il 27 gennaio del 1945 non solo si aprivano i cancelli di Auschwitz, non solo si rivelò al mondo l’orrore della sistematica eliminazione di chi era considerato un ostacolo “dal manovratore del potere”, perché ebreo, perché dissidente politico, perché rom, perché omosessuale, perché testimone di Geova. No, quel giorno si è scoperto fino a che punto le persone possono cancellare la propria umanità.

«Non sono stati Hitler o Himmler a deportarmi, picchiarmi, ad uccidere i miei familiari. Furono il lattaio, il vicino di casa, il calzolaio, il dottore, a cui fu data un‘uniforme e credettero di essere la razza superiore»: questa frase fu pronunciata da un sopravvissuto all’Olocausto, Karl Stojka, e spiega bene il significato del Giorno della Memoria. Spiega che bisogna ricordarsi di quanto accadde, perché ognuno di noi può trasformarsi in vittima, ma anche in carnefice.

E proprio domani, Giorno della Memoria, chi rifiutò di diventare carnefice, diventando vittima (e pagando quella scelta con la deportazione in Germania, con la prigionia in un lager della Slesia, con i lavori forzati, praticamente senza cibo e senza vestiti nel gelido inverno tedesco), riceverà la Medaglia d’Onore del Presidente della Repubblica.

Un riconoscimento che nel 2017 fu consegnato, alla memoria, anche al fratello Elia (scomparso nel 2015), come lui un ex militare che rifiutò di continuare nella follia della guerra dopo l’8 settembre, e con il quale condivise quei mesi di prigionia.

La cerimonia si svolgerà domani, dopo le 10, in prefettura. In una cerimonia che vedrà la partecipazione del professor Stefano Bucciarelli dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea, e la consegna della medaglia alla memoria di Gennaro Guida. —

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