Lutto
Il 23 gennaio di 76 anni fa la deportazione da Bagni
Daniela Pieri testimone di quei giorni racconta la partenza, destinazione Auschwitz degli ebrei chiusi nel campo provvisorio allestito al Grande Albergo delle Terme
BAGNI DI LUCCA. Nascosta nel giardino di casa, a otto anni, sotto il Grande Albergo delle Terme, vide passare gli ebrei che erano stati chiusi nel campo di concentramento provinciale provvisorio: scortati da soldati della Repubblica di Salò e delle Ss venivano caricati sulle tradotte che li portavano a Firenze, e da qui a Milano per essere poi trasferiti ad Auschwitz e alle sue camere a gas. Oggi, nell’ambito della Giornata della Memoria il Comune commemora quelle vicende con una visita, alle 10.30, alla lapide al Grande Albergo, con la partecipazione del presidente dell’Anpi Filippo Antonini.
Ma il ricordo di quel 23 gennaio 1944 è vivido nella mente di Daniela Pieri, che assistette con la sorellina MariaTeresa di 11 anni alla deportazione: «Ricordo che quella povera gente, un centinaio di persone, nonostante il freddo e la neve camminava in fila rassegnata e praticamente in silenzio, anche se qualcuno mugolava una nenia triste che non dimenticherò mai» Daniela ricostruisce col nipote Virginio Monti, rappresentante dell’Anpi e col consigliere comunale Maria Barsellotti quei drammatici giorni, quando a Bagni furono raccolti gli ebrei, soprattutto di etnia slava nel campo provinciale allestito nel Grande Albergo delle Terme, divenuto di proprietà della Gioventù Italiana del Littorio: «Ricordo che quell’enorme complesso in poco tempo si era trasformato da luogo che accoglieva nobili e benestanti arrivati in lussuose carrozze in un lugubre casermone del quale nemmeno si poteva parlare. C’era una mia amica più piccola di me che raccontava di sentire i pianti dei bambini, ma gli adulti ci ingiungevano di tacere dicendo che ci eravamo sognato tutto. C’era tanta paura, il clima era pesante. Solo per un caso anche mio fratello Piero, di 14 anni ,non finì sulle tradotte dei deportati. Per portare qualcosa da mangiare a casa aiutava nella cucina il cuoco del campo di concentramento, ma una volta fu sorpreso da un ufficiale tedesco e solo l’intervento del cuoco gli consentì di tornare a casa. Sempre il cuoco lo fece scendere dal camion dove mio fratello era stato messo insieme agli ebrei destinati al martirio. Anche mia madre se la vide davvero brutta: una mattina stava camminando con mio fratello a Ponte a Serraglio quando fu ghermita da un militare tedesco. Nella piazza si creò un po’ di parapiglia anche perché da un’abitazione cominciarono a lanciare oggetti per strada. Il soldato cercò di sfondare la porta a calci poi chiese che gli portassero una bomba a mano. Nel caos mia madre e mio fratello si defilarono. Vista la situazione di pericolo da casa ci spostammo a Pieve di Monti di Villa dove vivemmo da sfollati in una capanna».
«Mancava tutto – ricorda Daniela – anche se per i ragazzi si trattava quasi di una avventura. La manna raccoglieva erbi nei campi per poi cucinarli e provava anche a rendere commestibile la sugna del maiale. A me non piaceva proprio, ma me la sono cavata mangiando frutti di bosco, nocciole, fichi, castagne e tutto quello che si poteva trovare girando per i campi. Sono passati quasi ottanta anni, magari posso non ricordare qualche fatto recente, ma nella mente rivedo quelle tristi scene come fosse ora. E quella nenia triste non mi abbandonerà mai». —
Emanuela Ambrogi
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