Sicurezza
L’omicidio del cingalese in centro fa smantellare una tratta di esseri umani
Finiscono in carcere nove componenti di un sodalizio che in pochi mesi aveva portato in Italia sessanta irregolari
Dietro ad un’anonima esistenza come conducente di auto a nolo per connazionali - una sorta di tassista senza effettiva qualifica - si nascondeva una personalità complessa e ritenuta di «alto profilo criminale». Perché, per l’accusa, Saman Priyantha Poruthotage Fernando, 48 anni, cingalese, residente in un appartamento a S. Anna da quasi vent’anni, era a capo di un’organizzazione criminosa impegnata in una vera e propria tratta di essere umani. Un’associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina radicata in Italia tra Milano e Lucca che, probabilmente, avrebbe proseguito i suoi traffici illeciti tra lo Sri Lanka, il Bangladesh e la Romania senza che un episodio imprevedibile e imprevisto non avesse portato gli investigatori sulle piste dell’autista cingalese che nel 2005 aveva fatto parlare di sé perché indagato su una vicenda legata sempre all’immigrazione dal Sud-Est asiatico conclusasi poi con un nulla di fatto. Di che si tratta? Dell’omicidio - avvenuto nella notte - tra il 16 e il 17 aprile scorso di un cinquantenne cuoco cingalese disoccupato ed ex militare. Uno dei due connazionali accusati dell’efferato delitto, ancora in carcere in attesa della chiusura delle indagini da parte della procura, è Samit Gayan Poruthotage Fernando, 36 anni, in regola con il permesso di soggiorno e cuoco alla trattoria Tre Merli. Lui è il fratello di Saman Priyantha Poruthotage Fernando. E prima che a polizia lo arresti per l’omicidio il cuoco cerca telefonicamente il fratello. Vuole protezione, spera che gli procuri un documento (passaporto, permesso di soggiorno, ecc.) o comunque lo aiuti ad allontanarsi da Lucca. È allora che il sostituto procuratore Salvatore Giannino chiede alla squadra Mobile diretta dal commissario Silvia Cascino di effettuare accertamenti mirati su quel tassista cingalese. Siamo a maggio. Da lì sino a metà ottobre la matassa si dipana e, proprio in considerazione della gravità delle accuse e del reato contestato, il fascicolo passa alla Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze nella mani del sostituto procuratore Giulio Monferini che chiede e ottiene dal gip l’esecuzione di nove ordinanze di custodia cautelare in carcere per il traffico di clandestini originari dei paesi asiatici sulla rotta Romania-Ungheria-Italia, Provvedimento che si conclude con l’ultimo arresto avvenuto venerdì sera a Bergamo. Gli inquirenti hanno stabilito che da agosto ad inizio ottobre sono arrivati via terra (all’interno di camion che trasportavano infissi) in modo illecito dopo aver passato la frontiera slovena almeno 60 persone - in prevalenza uomini di età compresa tra i 20 e i 45 anni - tutti provenienti dall’ex Ceylon o dal Bangladesh e costretti a sborsare 7000 euro ciascuno. In pochi mesi l’organizzazione si metteva in tasca 420mila euro. Perchè quegli immigrati che non potevano pagare venivano trattenuti anche per giorni in un casolare a Monza Brianza e, soltanto quando le famiglie versavano il dovuto su conti bancari intestati in Sri Lanka, venivano rilasciati. E in quel periodo il trattamento era tutt’altro che amichevole. Con violenze fisiche e psicologiche.
GLI ARRESTATI A LUCCA
Sono sei cittadini originari dello Sri Lanka e tre della Romania gli arrestati dalla polizia. Se il capo e promotore del sodalizio criminoso era Poruthotage il suo braccio destro, anche lui residente a Lucca, era Cristian Mircea, 30 anni, rumeno, con precedenti di polizia per reati contro il patrimonio e favoreggiamento della prostituzione. Aveva l’incarico di tenere i contatti e organizzare l’accoglienza dei cingalesi in Romania, in attesa di essere trasferiti in Italia. —
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