Il Tirreno

Lucca

Alessandra, la curatrice di mostre che ci fa riscoprire la storia della città

flavia piccinni
Alessandra, la curatrice di mostre che ci fa riscoprire la storia della città

Trabucchi ha curato l’esposizione inaugurata ieri alla Fondazione Bml su Giuseppe Ardinghi e Mari Di Vecchio «Tutto nasce quando ho letto l’autobiografia di Petroni e mi sono resa conto del mondo culturale che gli ruotava intorno»

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il personaggio

flavia piccinni

Chi era Giuseppe Ardinghi e chi Mari Di Vecchio? Qual era l’ambiente artistico del Novecento a Lucca? Pare rispondere a queste domande la mostra inaugurata ieri (che resterà aperta fino al 26 gennaio) al Palazzo delle Esposizioni di piazza San Martino e tanto voluta, e sostenuta, dalla Fondazione Lucca Sviluppo e Fondazione Banca del Monte di Lucca, in collaborazione con il Polo Museale della Toscana e il Comune di Lucca.

Al centro della mostra la coppia artistica, tutto intorno il loro ambiente culturale. Quello che ha fiorito nomi come Guglielmo Petroni, Arrigo Benedetti e Mario Tobino. Il percorso, in 90 opere è stato curato da Alessandra Trabucchi, docente di Lettere, esperta in gestione di eventi culturali e membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Centro Studi Licia e Carlo Ludovico Ragghianti di Lucca.

«Tutto nasce – mi spiega – per riscoprire degli artisti del nostro territorio, che hanno ricevuto grandi riconoscimenti, ed erano profondamente connessi al ricco tessuto culturale nazionale di metà Novecento». Declinata in sei sezioni, la mostra racconta grandi personaggi della nostra storia a cavallo fra gli anni Trenta e il secondo dopoguerra – e fa rimpiangere un certo tempo ormai passato – e accompagna il visitatore alla scoperta del “gruppo lucchese” che verrà approfondito in una serie di incontri organizzati a latere all’esposizione. «Si tratta – prosegue - di un’idea nata circa due anni fa. Ho frequentato un corso di approfondimento dedicato agli scrittori lucchesi del Novecento e all’esperienza della Seconda Guerra Mondiale, organizzato proprio alla Fondazione Banca del Monte di Lucca. In particolare mi attraeva la storia di Guglielmo Petroni perché avevo letto il suo libro autobiografico “Il nome delle parole”, ambientato a Lucca. E così mi sono accorta di come intorno a Petroni gravitasse un mondo culturale veramente importante, composto da scrittori ed artisti che si riunivano allo storico Caffè Di Simo in Via Fillungo, in particolare Giuseppe Ardinghi e Marianna Di Vecchio, con i quali lo scrittore ebbe un’intensa e sincera amicizia durata tutta la vita». Come si è sviluppata la mostra?

«Ho capito che questo gruppo culturale, nato intorno alla fine degli anni Venti e attivo fino alla fine delle Seconda Guerra Mondiale, era sconosciuto alle generazioni più giovani, compresa anche la mia. Mi sono molto stupita che non ci fossero state delle iniziative espositive e culturali recenti e complete, così ho cominciato a cercare e ho capito che si poteva costruire un progetto culturale incentrato sulla storia della coppia artistica Ardinghi-Di Vecchio, e contestualmente creare degli incontri di approfondimento, con la preziosa collaborazione di Giovanni Ricci, dedicati agli scrittori a loro legati come Guglielmo Petroni, Arrigo Benedetti, Mario Pannunzio, Romeo Giovannini, Mario Tobino, oltre ad avere l’occasione di parlare e ripensare al ruolo culturale e aggregante del Caffè Di Simo, luogo storico con una collocazione strategica per la città, attualmente purtroppo chiuso da un po’ di tempo».

Da quanto tempo fa mostre?

«Dopo la laurea all’Università Ca’ Foscari di Venezia, in Lettere a indirizzo storico-artistico con il professor Manlio Brusatin, ho iniziato a collaborare con la società Linea d’Ombra di Treviso che si occupa delle grandi mostre dedicate all’Impressionismo. Ho imparato come si organizza una mostra e come dare un significato non esclusivamente nozionistico a un’esposizione di opere d’arte, quindi della necessità di pensare le opere d’arte per comunicare emotivamente. Questo aspetto, che è fondamentale nel procedimento della creazione artistica, è ciò che penso sia importante valorizzare. Quando sono arrivata a Lucca, ho potuto impiegare la mia esperienza per collaborare per più di otto anni con la Provincia, nell’organizzare mostre ed eventi a Palazzo Ducale, per esempio la grande esposizione dedicata a Jean Michel Folon, così come per Mario Marcucci, Antonio Possenti e altri autori di interesse».

Cosa significa per lei organizzare una mostra?

«Significa realizzare una necessità che nasce dalla scoperta di pensieri, biografie, esperienze che possono essere valori condivisibili e da divulgare. Così come è successo per questa occasione. Qui sono le parole degli scrittori a raccontare le vite e le opere dei pittori, uno scambio continuo e fondato sull’autenticità delle esperienze di vita condivise dai protagonisti di una generazione nata intorno al 1910. Questa mostra però è speciale». Perché?

«È nata dal desiderio di scoprire un mondo un po’ sommerso dal tempo. Ho avuto la fortuna di avere la collaborazione di tutti quelli cui mi sono rivolta: enti e istituzioni, eredi degli artisti, collezionisti e collaboratori, un po’ come se un fil rouge unisse tutte le fasi di costruzione e realizzazione di questa esperienza. Lo considero un riscontro positivo e di stimolo per credere nelle proprie passioni a qualsiasi età».

Mi tolga una curiosità: cosa pensa di Lucca?

«Lucca è una città ricca di bellezza, ci sono dei luoghi e dei monumenti che trasudano di intensità e di arte. Penso che ancora non sia del tutto consapevole di come non ci sia bisogno di cercare altrove quel che è già così vicino».

Sia sincera, cosa le piace e cosa no?

«Mi piace il senso di libertà che si respira, la dignità della storia lucchese e la sua autonomia. Mi dispiace che non sempre la città voglia dar spazio ai suoi artisti o alle sue maestranze, a volte cercando fuori quel che possiede dentro».

Cosa farà in futuro?

«Continuerò a cercare temi da approfondire, personaggi e storie capaci di essere un nutrimento, un balsamo utile anche nella quotidianità. Questo stimolo alla ricerca, alla scoperta di modi di vivere e pensare, credo sia fondamentale per uscire dal conformismo, a volte subdolo, che ci circonda e che rende molte persone infelici». —

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