Lutto
Mio nonno, mia nonna e quel legame con il Villaggio
Al di là delle idee politiche, della classe sociale, dell’essere credente aiutare la struttura sulle Mura ha unito generazioni di lucchesi
il racconto
Mia nonna aveva la quinta elementare, lavorava alla Manifattura tabacchi che raggiungeva in bicicletta da Marlia, ha sempre votato Dc (e anche monarchia, perché le dispiaceva per Umberto II, che "era piccino") e spesso andava in chiesa.
Mio nonno era ragioniere, aveva partecipato alla Seconda guerra mondiale, scelse la Repubblica e votò a sinistra per una vita. Lavorava alle Poste ed era rimasto orfano da bambino. In chiesa andava solo per le grandi occasioni: matrimoni, battesimi, funerali. Fra le tante cose che però avevano in comune c'era questa: quando avevano qualche soldo da dare a chi ne aveva bisogno, quando c'erano abiti smessi ma ancora in buone condizioni, quando c'era qualsiasi cosa che per loro era superflua, la portavano al Villaggio del Fanciullo. Mia nonna organizzava, mio nonno (l'unico ad avere la patente) saliva in macchina e portava tutto sulle Mura. Ed era al Villaggio del Fanciullo che si facevano “dire le messe” in memoria dei parenti che non c’erano più. E insieme, arrivava la busta per don Diomede. Consegnata in buone mani, in mani sicure.
Lo facevano (come tanti altri a Lucca) perché sapevano cos'era la povertà, cosa voleva dire perdere i genitori, sentirsi soli al mondo. E nel loro piccolo, piccolissimo, volevano evitare che altri vivessero la stessa esperienza. —
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