Toscana
Enrichetta, la bambina pianista cieca che conquistò l’Europa dell’Ottocento
La piccola compositrice ed esecutrice anticipò la “moda” dei giovanissimi prodigi. Abbandonò le scene a 14 anni
Era impossibile trattenere le lacrime quando la bambina entrava sul palcoscenico in braccio al fratello, Federico, oppure, aggrappata alla sua mano come per cercare, nel calore di quella stretta, un attimo silenzioso di conforto. Poi Enrichetta iniziava la sua esibizione al pianoforte e, col procedere delle prime note, il suo viso cominciava ad animarsi, a prendere colore. Solo gli occhi rimanevano fissi, velati ed estranei, perché Enrichetta Merli, la bambina prodigio lucchese, nata a Lucca il 4 agosto 1840, era divenuta cieca ancora in fasce.
Nell’Europa dell’Ottocento romantico, abbondante di storie di bambini prodigio, la piccola lucchese «senza studio di sorta, senza il ben della luce», era riuscita ad acquistare «conoscenze si estese e precise di piano, che par si abbia tanti occhi all’estremità dei suoi diti piccini da non isbagliar mai tono o esitare un momento».
La sua musica era malinconica e, assieme a fantasie da lei stessa composte (circa 20 pezzi fra cui Notturno, Rimembranze, Ultima lacrima, Elegia), amava suonare brani, anche molti difficili, di giovani compositori, in particolare di Teodoro Döhler a cui il duca di Lucca Carlo Luigi di Borbone aveva offerto ogni mezzo per proseguire gli studi musicali a Vienna. Anche Enrichetta si esibì alle corti di Vienna e di Torino, a quelle di Parma e di Modena, nonché all’Accademia di Santa Cecilia a Roma, alla Filarmonica di Palermo, alla Società Apollinea di Venezia. Nella primavera del 1846 aveva dato alcuni concerti a Napoli destando nel cuore di quel popolo generoso, una grande commozione. «Ora non vi ha privato crocchio o radunamento di nobili e ricche persone amanti della musica», si osservava su “Il lucifero” di Napoli, «che non cerchi di aver nel suo seno quella buona e commovente bambina, che ne va sempre colma di ricchi e affettuosi doni».
L’età, la sventura e l’ingegno di Enrichetta ispirarono anche alcuni poeti. “O fanciulla, a quel celeste ardore” cantava il poeta, drammaturgo e librettista napoletano Domenico Bolognese “All’occhio orbato, ed all’età bambina/ Parmi che in te sia redivivo amore!/ Che la sorte ad un fato ambo destina,/ E s’ei coll’arco conquideva il core, Lo vinci tu coll’armonia divina!”.
Lo stesso fecero il poeta Giulio Genoino, librettista anche di Gaetano Donizetti e Vincenzo Bellini. Il mecenate genovese, marchese Gian Carlo di Negro, oltre a dedicarle una breve composizione poetica, la ospitò nella sua villetta “nella più amena parte di Genova” dove “tutte le arti, tutte le muse, ivi regnano in bella fratellanza”. Nel 1848 Enrichetta affrontò una lunga tournee che la portò a Berlino, Parigi e Bruxelles. Ormai era un’artista di fama internazionale e, ogni volta che si esibiva in una nuova città, tutti i giornali locali e le riviste musicali dedicavano ampio spazio a questo nuovo prodigio.
C’era, però, già allora chi si chiedeva se fosse giusto imporre a una bambina gracile e cieca un esercizio e una disciplina tanto rigida, complice il fratello Federico, pianista di malcelata ambizione che talvolta si esibiva assieme a lei in alcuni concerti a quattro mani. Dagli anni ’50 in poi, la Merli diradò le sue esibizioni mentre la moda dei piccoli prodigi musicali stava ormai declinando. Dal 1854 circa scomparve dalla scena artistica. Probabilmente morì come, di frequente, accadeva a quei fanciulli che la sorte aveva avviato troppo presto e con eccessiva intensità, a un destino più grande di loro. —
il progetto
Ogni martedì, proporremo ai nostri lettori 15 racconti brevi dedicati a personaggi, femminili e maschili, che dagli inizi del secolo XVII al XX, hanno svolto all’estero attività importanti o sono stati protagonisti di eventi particolari, talvolta poco conosciuti.A scriverli per Il Tirreno la professoressa Carla Sodini, docente universitario di storia moderna. La maggioranza dei protagonisti di questi racconti andò all’estero a livello individuale e per motivi professionali: non rientra, quindi, nel filone tradizionale della storia dell’emigrazione collettiva fra Otto e Novecento. Molti dei personaggi sono legati ad attività - femminili e maschile - di particolare rilievo nel campo della letteratura, della poesia e del giornalismo. Ma ci sono anche storie di soldati, scienziati e tentatori di fortuna. —
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