Gioco
«La plastic tax? Danneggia le aziende e non pulisce i mari»
Le imprese del settore (86 a Lucca) respingono il ruolo di capro espiatorio «Educazione e miglior gestione dei rifiuti vere armi contro l’inquinamento»
Difendere l’ambiente è cosa buona e giusta, ma farlo basandosi sull’emotività rischia solo di causare più danni che benefici. E l’emotività, in questo periodo, ha trovato un obiettivo facile da combattere: la plastica. Facile ma al tempo stesso, sostengono gli imprenditori del settore, un obiettivo sbagliato.
Se ne è parlato ieri al convegno organizzato in città da Confindustria Toscana Nord e dalla sua associazione di categoria Unionplast Federazione Gommaplastica. Un settore, quello della plastica, che nell’area di Confindustria Toscana Nord (Lucca, Pistoia e Prato) conta 190 stabilimenti con 2.200 addetti, per un export da 190 milioni di euro. E in questo territorio è proprio Lucca la regina, con 86 aziende e quasi mille addetti. Ma non si basa su questi numeri, seppur importanti, l’opposizione degli imprenditori agli attacchi subiti, e che rischiano di materializzarsi nella “plastic tax”, ossia la tassa sulla produzione di plastica. No, non si usa l’antipatica formula del “ricatto occupazionale” per contestare quel provvedimento. Gli imprenditori si basano sulla logica e sulle evidenze scientifiche. Certo, le immagini degli oceani invasi di plastica non possono non colpire l’immaginario collettivo: «Tutti noi ne rimaniamo scossi – ha commentato a margine del convegno Deni Severini, dell’azienda Altene di Guamo – ma quelle immagini sono il prodotto di comportamenti sbagliati delle persone». Insomma, vedere nei produttori di plastica i colpevoli di quelle scene, e non nell’inciviltà diffusa, è come prendersela con l’industria delle auto per i pedoni investiti da guidatori ubriachi. L’industria non ci sta a passare da capro espiatorio e vuol passare al contrattacco. Come? Intanto facendo informazione, mostrando, a fronte di presunti mali provocati quelli che invece sono i reali benefici di questo settore. In sostanza, come ha detto Fabia Romagnoli, consigliere di Confindustria con delega alla sostenibilità, guardare alla realtà e non all’emotività, seppur lodevole ma priva di basi scientifiche.
Qualche esempio? Intanto, come è stato sottolineato, la produzione di plastica, materiale che si presta a infiniti usi, è una delle meno impattanti del mondo industriale: non viene consumata acqua, ha bisogno di poca energia, non ci sono scarti da smaltire e non lascia emissioni inquinanti, che siano fumi o liquidi.
Non solo, ma è un prodotto riciclabile. E qui probabilmente sta il problema: non nella produzione della plastica, ma nella gestione del suo “fine vita”, che potrebbe essere tranquillamente un nuovo inizio. Invece – vuoi per carenze nel sistema generale di raccolta rifiuti, vuoi per una coscienza civica ancora acerba – la plastica una volta usata finisce spesso nel primo cestino (quando va bene) o sul bordo della strada, iniziando il suo cammino verso il mare.
Ecco, quello della “cultura del riciclaggio”, è un aspetto sul quale si potrebbe e si dovrebbe lavorare per ottenere davvero risultati. Risultati che invece, per gli imprenditori, non arriverebbero da certe novità legislative in divenire, compresa quella la plastic tax. Forse dimezzata, forse rinviata, stando alle ultime novità, ma fondamentalmente ritenuta solo dannosa: «Gli unici risultati prevedibili tassando la plastica – ha spiegato Fabia Romagnoli – sono quelli di danneggiare le aziende o di far riversare il costo sui consumatori. Dal punto di vista ambientale non si otterrebbe nulla, se non togliere risorse che le aziende potrebbero investire in innovazione». Anche perché l’innovazione è un elemento che è già nel Dna del settore, al punto da rendere inutile un’altra ipotesi legislativa in discussione, quella del credito di imposta del 30% per riconvertire gli impianti alla produzione di plastica riciclata. Cosa che nella maggior parte dei casi può già essere fatta, senza bisogno di alcuna riconversione. Un’altra misura in teoria positiva (e poi le parole “credito d’imposta” non possono non piacere al mondo imprenditoriale), ma inutile se «manca un mercato pronto a recepire prodotti in plastica riciclata, e addirittura una legislazione che ne vieta l’uso per alcuni settori senza tener conto dell’evoluzione della lavorazione».
L’espressione non detta, ma che aleggia sul convegno, è, per usare una terminologia popolare, quella di “una leggeindeguata”. Dove le sensazioni contano più dei dati, della logica, con conseguenze paradossali di trovare soluzioni apparentemente “green” che però, a guardare meglio, possono fare più danni di quelli che risolvono se non gestite bene. Per esempio le plastiche compostabili che rischiano di finire (rovinandolo) nel ciclo di riciclaggio delle plastiche tradizionali, o le bioplastiche che, come già visto con i biocombustibili, possono avere un duro impatto, non solo ambientale, ma anche etico. —
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