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Lucca

Il padre Serchio e Lucca all’ombra del “miracolo” del vescovo Frediano

Paola Taddeucci
Il padre Serchio e Lucca all’ombra del “miracolo” del vescovo Frediano

Il religioso tracciò solchi nel terreno lungo gli argini: secondo la leggenda  da lì si interruppero le piene. La foto del fiume sarà in edicola domani col Tirreno 

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Nella sua storia più antica c'è anche una mano santa che – si narra – ne deviò il corso per salvare la città dalle alluvioni. Ci sono poi grandi letterati - Dante, Ariosto e D'Annunzio tra questi - che lo hanno citato e altri, come Giuseppe Ungaretti e Guglielmo Petroni, che lo hanno amato. E ci sono i lucchesi, che gli sono legati con un rapporto di odio e di amore, temendolo da sempre, ma non sempre rispettandolo.

Una presenza che si vede e si sente, nel bene e nel male, quella del fiume Serchio in Lucchesia. Terzo in Toscana per lunghezza dopo l'Arno e l'Ombrone, è il primo per regolarità di regime e portata minima estiva: 110 chilometri dalle montagne fino al mare, lungo i quali riceve le copiose acque di affluenti montani e, man mano che scende verso sud, diventa più impetuoso e ricco.

Ma il Serchio non è sempre stato come lo vediamo oggi. Si divideva in diversi rami che circondavano l’antica città: il primo, chiamato Auser, passava a est; a nord scorreva invece l'Auserculus – da cui deriva il nome Serchio -, mentre un terzo partiva dall'Auser ricongiungendosi all'altro a sud di Lucca. Tale conformazione causava frequenti inondazioni e i Romani – che conquistarono Lucca nel 180 a.C. - fecero grandi opere di regimazione delle acque. Ma con la caduta dell'Impero d'occidente e le successive invasioni non vennero più fatti lavori e le frequenti piene del fiume non davano tregua ai villaggi.

Ed ecco la mano “santa”. Sarebbe stata quella del vescovo Frediano che nel 570 d.C., secondo la leggenda, si recò sul fiume e, dopo aver pregato, con un rastrello tracciò diversi solchi nel terreno: quando le acque iniziarono a traboccare, ordinò al Serchio di fermarsi e di seguire il percorso di quei solchi. In realtà Frediano, esperto di idraulica, fece eseguire lavori che effettivamente deviarono il corso del fiume, chiudendo il ramo che passava a est della città: una delle più grandi opere idrauliche effettuate nella Toscana dell'epoca. Ma con il Serchio non bisognava mai – né bisogna tuttora - abbassare la guardia, così continuò costante il lavoro di regimazione delle acque. Nel 1500 nacque l“Offizio del fiume Serchio”, nel 1800 era la “Soprintendenza delle Acque e Strade” a redigere progetti per ponti, argini e nuove arginature: impegno e sforzi che hanno dato vita al famoso modo di dire “costa più del Serchio ai lucchesi”.

Del resto la presenza dell’acqua, per Lucca, è stato sempre un valore per la vita e per le attività umane. Era utilizzata per la campagna, per le coltivazioni e per le imprese artigiane, come la produzione della seta nel lontano passato, e fu determinante nell'industrializzazione del territorio. Fenomeno, quest'ultimo, che se portò ricchezza alla popolazione, dall'altra parte impoverì il fiume, causando inquinamento e nuove emergenze solo in parte oggi rimediate.

Con l'industria arrivò anche la ferrovia, che fece sparire l'altra funzione svolta dal Serchio fino ad allora: quella di via di comunicazione. Il fiume era navigabile in molti tratti e Lucca aveva il suo piccolo porto, detto della Formica o dei Navicelli, a sud di Porta San Pietro, esistente fin dall'epoca romana e utilizzato non solo per importare cereali e cibo, ma anche per mantenere il flusso di commerci che i mercanti lucchesi ebbero in tutta Europa, oltreché per il trasporto di terra, pietre e materiali necessari alla costruzione delle Mura. Rimase navigabile, seppure senza più l'importanza di un tempo, fino alla fine dell’800. —

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