Il Tirreno

Lucca

IN TRIBUNALE 

Stringe la mano al giudice dopo la condanna

Luca Tronchetti
L’aula di un tribunale
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L’aula di un tribunale

Alcolista accusato di maltrattamenti in famiglia grazie a pene alternative al carcere ha smesso di bere e adesso lavora

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LUCCA. La spirale perversa dell’alcolismo l’aveva trascinato nel baratro rendendolo incapace di qualsiasi relazione sociale e mandando in frantumi il rapporto con i familiari. Così aveva iniziato a maltrattare gli anziani genitori. Minacce, offese, spintoni, botte. Sino a quando, dopo l’ennesimo episodio di aggressività e di violenza nei confronti dei suoi cari non era finito in manette. Accadeva nel 2017 e il protagonista di una delle tante vicende di maltrattamenti all’interno delle mura domestiche all’epoca dei fatti non aveva ancora 50 anni. Per tanti che non riescono a liberarsi dal giogo del bere, lui ce l’ha fatta. Ha evitato la custodia cautelare in carcere grazie ai giudici che li hanno concesso la possibilità di redimersi. Dapprima il divieto di avvicinarsi alla casa di padre e madre - entrambi ultraottantenni e domiciliati fuori dal centro cittadino - poi la possibilità di trovare un lavoro stabile all’interno di una cooperativa sociale. Morale? Due anni dopo i fatti che lo portarono all’arresto il cinquantenne accusato di maltrattamenti in famiglia è una persona diversa: non affoga più le sue frustrazioni nell’alcool e non alza la voce e le mani sulle persone care che gli vogliono bene. L’altro giorno, al termine di un’udienza dibattimentale che lo vedeva imputato in continuazione degli episodi di maltrattamenti in famiglia risalenti a due anni orsono, si è avvicinato al giudice Matteo Marini e gli ha stretto la mano sussurrando un convinto «grazie». Il magistrato togato lo ha condannato, in continuazione con un altro sentenza emessa dal giudice Nidia Genovese, a una pena complessiva assai mite considerando il tipo e la gravità del reato: un anno e cinque mesi di reclusione. Applicando i benefici di legge anche in virtù del ravvedimento e del comportamento decisamente rispettoso e tendente a riconoscere gli errori commessi nel recente passato. . La Costituzione italiana sancisce all’articolo 27 comma 3 un principio ineludibile: le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Da questa enunciazione si ricava uno dei fondamentali principi del nostro ordinamento penale che costituisce l’espressione di una delle basilari funzioni della pena stessa. Dal principio generale il caso del cinquantenne lucchese ha trovato applicazione concreta con la soddisfazione generale: dai familiari alla procura, dal giudice allo Stato. La funzione rieducativa della pena stavolta ha funzionato e grazie ad un percorso di recupero ad hoc ha rimesso nella società civile chi aveva smarrito la strada maestra. —

L.T.

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di Redazione web