Italia
Andreini, dal Risorgimento al servizio dello Scià di Persia
Nato a Cerasomma, venne espulso dall’esercito toscano per insubordinazione Fu anche un naturalista: parte della sua collezione è custodita a Torino
Carla Sodini
Enrico Andreini appartiene a quel nutrito gruppo di soldati e ufficiali che, dopo avere combattuto nei moti e nelle guerre d’Indipendenza italiana, furono costretti a rifugiarsi all’estero, per motivi politici o circostanze personali, senza più avere la possibilità di reinserirsi nel nuovo esercito italiano perché sospetti seguaci di Garibaldi, di Mazzini o, comunque, di idee liberali.
Nato a Cerasomma il 25 settembre 1828 dei suoi primi anni di carriera militare nonché di combattente per la libertà italiana restano scarse notizie. È certo, però, che nel 1853 fu espulso per insubordinazione dall’esercito toscano. L’anno dopo partecipò, probabilmente, ai moti insurrezionali organizzati da Felice Orsini e dai suoi seguaci che, partiti da Genova, avrebbero dovuto riunirsi allo sbocco della Magra per sollevare la popolazione della costa, della Lunigiana e poi del resto del paese. Il suo nome, infatti, veniva citato in una lettera di Cleobulina Cotenna ad Augusto Federico Santini fra quelli dei partecipanti al «tentativo insurrezionale in riviera». Nel 1857 l’Andreini, in cerca di una sistemazione professionale definitiva, emigrò in Persia dove assunse l’incarico, col grado di capitano, di istruttore di fanteria. Si trattò di una scelta opportuna perché l’esercito persiano, allora in via di riordino secondo criteri europei, accoglieva con favore ufficiali stranieri con esperienza di comando. Nonostante la buona accoglienza riservatagli in Persia, Andreini continuava a sperare di tornare in Italia.
Dopo avere più volte richiesto senza alcun risultato - come un altro suo concittadino, Luigi Ghilardi, emigrato in Messico – di tornare a fare parte dell’esercito nazionale italiano, il soldato lucchese decise di restare in Persia dedicando tutto sé stesso al suo lavoro. Abile, colto e desideroso di distinguersi fra i tanti europei allora al servizio dello Shah, Andreini riuscì, presto, a imparare la lingua persiana mostrandosi particolarmente attento e rispettoso degli usi e della mentalità del paese. Alla fine del 1871, allora colonnello, desideroso di rendersi utile all’Italia e, probabilmente, non essendo del tutto sopita la speranza di tornarvi presto, offrì al ministro degli Esteri, Visconti Venosta, i suoi servizi come corrispondete dalla Persia.
In questo ruolo Andreini svole un compito importante cercando di approfondire argomenti della politica interna ed estera persiana utili al governo italiano. Integrò, spesso, le sue relazioni con copie di documenti, trattati, articoli di giornale da lui stesso tradotti in italiano, mappe geografiche e statuti dei diversi ordini cavallereschi. Nel 1872, raggiunse i gradi di generale. «Per l’influenza e autorità che godé in Persia e il suo aiuto efficace, nel settembre del 1886 ricevé a Roma le insegne di Grande ufficiale della corona d’Italia». Morì in Persia nel 1895 e fu sepolto nel cimitero cattolico di Doulab a Teheran.
Andreini non fu soltanto un soldato ma anche uno studioso di cose naturali e un appassionato collezionista. Di lui parlava anche F. De Filippi nelle Note di viaggio in Persia nel 1862 che si riferivano alla sua partecipazione alla missione in quel paese organizzata sotto il governo Rattazzi per scopi politico-istituzionali, commerciali e culturali. L’illustre professore di zoologia rammentando gli incontri con alcuni italiani alla corte dello Shah (fra cui il colonnello Pesce) e i loro interessi che andavano ben oltre il ruolo militare, scriveva di avere apprezzato molto il colonnello Andreini «che si diletta di collezioni di oggetti naturali, ed il museo di Torino deve alla sua liberalità un buon numero di belli esemplari». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
