Le case nelle serre non vanno demolite: presentato tardi il ricorso dei confinanti
Dopo oltre dieci anni il Consiglio di Stato mette la parola fine alla vicenda di San Macario: le concessioni sono legittime
lucca. Potrebbe essere davvero l’ultima parola (giudiziaria) sul caso delle case nelle serre a San Macario. Quelle case che dal 2006 hanno riempito le pagine dei giornali ma anche degli atti giudiziari e di quelli di tribunale. E che non dovranno essere abbattute. È questo il parere del Consiglio di Stato, che ha sentenziato pochi giorni fa respingendo il ricorso presentato da Giovanni Sebastiani, Tiziano Salerno, Marco Zaffora e Maria Caterina Pardini: tutti proprietari di aree confinanti con le ex serre casule, all’interno delle quali sono stati realizzati 32 appartamenti .
Secondo i ricorrenti, questi lavori avrebbero avuto tutta una serie di profili di illegittimità. In sostanza sarebbero andate sia contro le norme regionali che contro le previsioni del regolamento urbanistico del Comune di Lucca perché non sarebbe risultato possibile la trasformazione di serre in edifici residenziali.
Per questo avevano deciso, ormai oltre dieci anni fa di portare davanti al Tar della Toscana la Imital, società facente capo all’imprenditore Maurizio Fontanini, detentrice delle due concessioni edilizie rilasciate dal Comune nell’estate del 2006.
Nell’ottobre 2008 i giudici amministrativi avevano deciso di rigettare il ricorso non entrando nel merito, ma stabilendo che era arrivato oltre i termini stabiliti dalla legge. I confinanti del complesso - nel frattempo ultimato - non si sono dati per vinti e hanno bussato alla porta del Consiglio di Stato, sperando di riuscire a far dichiarare illegittime le concessioni e, dunque, arrivare a un’ordinanza di demolizione dei 32 appartamenti.
In particolare i loro legali hanno sostenuto che i sessanta giorni utili per presentare il ricorso scatterebbero partendo dal giorno di ultimazione dei lavori e non da quello del loro inizio. Il Consiglio di Stato, però, ha dato loro torto.
Secondo i giudici amministrativi, infatti, nel caso in cui si sostenga che nessun manufatto poteva essere edificato sull’area (come per San Macario), il momento da cui far scattare il timer del ricorso è l’inizio dei lavori o, al più, quello nel quale «si renda comunque palese l’esatta dimensione, consistenza, finalità» del manufatto.
Ora - ricostruisce la sentenza - il 29 settembre del 2006 «i lavori avevano raggiunto uno stato di avanzamento tale da evidenziare già in maniera chiara la natura e l’entità degli edifici, essendone state realizzate le fondazioni e per alcuni di essi anche due piani». Dunque, al massimo il ricorso avrebbe dovuto essere presentato entro fine novembre, mentre arrivò in cancelleria soltanto il 28 marzo dell’anno successivo. Per questo il Consiglio di Stato lo ha rigettato “salvando” gli appartamenti di San Macario. —
L.C.
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