Il Tirreno

Lucca

Torna nella Villa del Vescovo la scultura rubata di Tino di Camaino

Paola Taddeucci
Torna nella Villa del Vescovo la scultura rubata di Tino di Camaino

I carabinieri della tutela del patrimonio l’hanno rinvenuta in una ricca casa di Capri, con dieci quadri, tutti trafugati

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Cinque anni fa era stata rubata da ignoti nel portico della Villa del Vescovo, uno degli edifici che si trovano all'interno del parco di Villa Reale a Marlia. I carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Napoli l'hanno ritrovata in una fastosa dimora di Capri: un'operazione che ha portato anche alla scoperta di dieci quadri, tutti trafugati e nascosti in altre lussuose residenze dell'isola.

Ora la testa di Tino di Camaino è tornata nella sua casa lucchese, dove resterà – questa volta in totale sicurezza - e sarà visibile al pubblico. Attribuita a Tino, allievo di Giovanni Pisano e maggiore scultore senese del 1300, la testa marmorea fu rubata nel 2014 insieme con altre sculture antiche che erano nel portico della Villa del Vescovo e delle quali, al momento, non ci sono tracce. Grande soddisfazione, quindi, per il suo ritrovamento e per il suo ritorno a Marlia, dove ieri si è svolta la restituzione.

A scortare la scultura i carabinieri del Nucleo napoletano capitanati dal comandante, il maggiore Giampaolo Brasili. Ad accoglierla la responsabile Angela Acordon e il funzionario Marcello Lera per la Soprintendenza ai beni artistici e archeologici di Lucca e Massa Carrara; l'assessore Ilaria Carmassi per il Comune di Capannori; Paulina Ulanek in rappresentanza della proprietà di Villa Reale e Guido Tigler, professore all'università di Firenze. Tra i primi ad attribuire la testa marmorea a Tino di Camaino fu proprio quest'ultimo, alla fine degli anni Ottanta del Novecento, quando girò in lungo e in largo la Lucchesia alla scoperta di sculture romaniche oggetto della sua tesi di laurea. Nella sua ricerca arrivò anche a Villa del Vescovo, dove per la prima volta vide la testa e le altre opere che in seguito sono state rubate.

Marlia, tuttavia, non è la casa natale della scultura che fu realizzata da Tino nella cattedrale di Pisa tra il 1314 e il 1315. Faceva parte, infatti, del grande monumento funebre che fu commissionato all'artista senese per onorare Arrigo VII (l'alto Arrigo, come lo chiama Dante Alighieri nella Divina Commedia), imperatore di Lussemburgo e del Sacro Romano Impero. Sceso in Italia per restaurare il potere imperiale, porre fine alle rivalità tra guelfi e ghibellini ed essere incoronato nel 1312, Arrigo incontrò l'ostilità di papa Clemente V, Filippo IV di Francia e di Roberto d'Angiò, re di Napoli, marciando contro il quale morì a causa di un'infezione quando era vicino a Buonconvento, in Toscana. Il suo corpo fu bollito, come era abitudine allora per conservarlo, e poi portato per la sepoltura nella ghibellina Pisa. La testa rappresenta uno dei sei consiglieri che contornavano la statua in trono di Arrigo, al tempo unito al sarcofago con il gisant (figura stesa) dello stesso sovrano: il sarcofago è oggi conservato nella cappella di San Ranieri della cattedrale pisana. Il complesso monumento funebre, che ritraeva l'imperatore sia sul letto di morte che sul trono, in vita, circondato appunto dai suoi consiglieri, venne smembrato nel 1494.

Il sarcofago fu poi trasferito dall'abside maggiore alla cappella, mentre il gruppo dei consiglieri subì una vera e propria dispersione. All'inizio del secolo scorso le statue vennero ritrovate nell'area del Camposanto monumentale di Pisa e solo in seguito ricollegate al sarcofago di Arrigo VII: attualmente il gruppo è esposto nel museo dell'Opera del duomo, sempre a Pisa.

Il professor Tigler, profondamente legato alla testa di Tino anche per ragioni sentimentali, non vedrebbe male una ricongiunzione del gruppo in una mostra. Un auspicio accolto in parte dalla soprintendente Acordon che su una possibile reunion non si sbilancia, ma assicura comunque la totale valorizzazione dell'opera, in accordo con la proprietà. «È un recupero molto importante – dice – cui sarà dato un riconoscimento adeguato. Sicuramente la scultura non può tornare dov'era, nella Villa del Vescovo, ma in una collocazione sicura. Poi bisognerà pensare ad una sua esposizione sensata, magari con la ricostruzione dell'intero monumento funebre attraverso dei pannelli». —

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di Redazione web