Il Tirreno

Lucca

Cecilia, un’artista in terra di provincia che ha dato vita allo Scompiglio

flavia piccinni

Bertoni è arrivata a Lucca cercando un posto per il suo progetto: «All’inizio era pieno di rovi, poi l’abbiamo trasformato» «I lucchesi sono senz’altro il pubblico meno numeroso, forse perché non danno facilmente la loro fiducia»

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il personaggio

flavia piccinni

Essere artisti in provincia può divenire spesso una condanna. La provincia, con le sue lusinghe di ovatta e di piccoli successi, rischia di annullare le ambizioni o di relegarle a questioni di quartiere. Eppure, al mondo e sorprendentemente anche a Lucca, esistono artisti che in provincia vivono con lo sguardo altrove. Si tratta di animali rari, capaci di restare in contatto con un mondo internazionale dalla sua periferia più estrema. È questo probabilmente il fortunoso caso di Cecilia Bertoni, regista e artista, ideatrice del Progetto Dello Scompiglio e direttrice artistica della omonima Associazione Culturale, che ha sede nella Tenuta Dello Scompiglio a Vorno.

«Si tratta – mi spiega, con un accento dalla tenue inflessione settentrionale - di una realtà in cui le attività legate alle arti visive e performatiche negli spazi interni ed esterni dialogano con le attività della terra, con il bosco, con la fauna. Ogni scelta che facciamo qui è valutata in relazione alla sostenibilità ambientale. All'interno della tenuta, accanto all'azienda agricola e alla cucina dello Scompiglio, opera l'associazione culturale». L'Associazione dal 2007 crea, produce e ospita spettacoli, concerti, mostre, installazioni. Ma realizza anche residenze di artisti, laboratori, corsi e workshop, e propone itinerari performatici all’aperto, visite guidate e lezioni, gestendo anche lo spazio performatico ed espositivo, una struttura flessibile composta da una sala di 120 posti e spazi espositivi sotterranei, con sale prove e bookshop, inaugurata nell'ottobre 2012. Particolare attenzione è dedicata alle attività culturali per bambini e ragazzi, con rassegne teatrali, laboratori e campi estivi (come quella che si terrà questo pomeriggio, “Gianni e il gigante”).

La programmazione tematica in corso, Della morte e del morire – che rimarrà in scena fino a dicembre - pone l’attenzione sull’individualità in relazione alla morte e alle sue tre dimensioni: «Quella sociopolitica, ideologica, celebrativa. La morte – sottolinea Bertoni – è, prevalentemente, l’unica certezza che abbiamo e, contemporaneamente e paradossalmente, il centro nevralgico dell’incertezza, dell’ignoto e della paura. Per me la morte non è un soggetto deprimente, ma è un soggetto fra due vite: fra due esistenze diverse. Percepisco la morte come un attimo fra due processi opposti e interdipendenti. L’approccio alla morte e al morire non solo è una delle caratteristiche essenziali per definire e comprendere una società ma, allo stesso tempo, apre tutta una serie di aspettative, di credi, di visioni, di ipotesi e di letture totalmente individuali e soggettive che possono condizionare il nostro modo di vivere. L’arte tenta di rappresentare o immaginare l’ignoto dandogli forma e, allo stesso tempo, cerca di superare, attraverso la sperimentazione, l’interdizione sociale della morte stessa che rappresenta uno dei temi più ineludibili, ma taciuti del nostro tempo».

Bertoni, mi perdoni, ma cominciamo dall’inizio: come è arrivata a Lucca?

«Era un’estate caldissima, ed entrando nel grande cancello della tenuta vidi degli alberi secolari, il canto degli uccelli, il rumore dell’acqua. Entrando, pensai: ecco, questo è il posto. Inizialmente è stato qualcosa di irrazionale, che poi è diventato il presente».

All’epoca lei viveva all’estero, se non sbaglio.

«Sì, ma volevo tornare in Italia. Ho cercato un posto dove poter continuare la mia attività di performer e di artista, e cerca che ti cerca ho trovato la Tenuta dello Scompiglio. Questo posto all’inizio era pieno di rovi, ma l’istinto mi ha guidato a trasformare questa ex fattoria rigogliosa, decaduta negli anni, in quello che è adesso».

Ma Lucca la conosceva, almeno?

«Non bene. Io sono di Ferrara, cresciuta a Milano e giovane sono andata all’estero. Conoscevo anche poco la Toscana, in verità. Solo con il tempo ho realizzato che Lucca è una delle città più conservatrici della toscana. Già nell’antichità è stata costruita all’insegna della sobrietà. Ma è stato un caso, che la casa fosse nei pressi di Lucca».

I cittadini partecipano ai vostri eventi?

«Non ho supervisione del pubblico che viene, ma i lucchesi sono certamente gli ultimi, forse perché non danno la fiducia volentieri. Le nostre proposte volutamente sono un po’ di nicchia, non lavoriamo per le masse. Ma Lucca è piena di luoghi dismessi che potrebbero essere utilizzati per la cultura. Se venissero affidati ad artisti o responsabili per la cultura potrebbe succede molta roba».

E perché non succede?

(ride) «Questo non lo so. Non sono addentro alla parte politica ed amministrativa».

Ma lei si sente un po’ isolata?

«È una cosa un po’ reciproca. Io sono una persona molto riservata. Lo Scompiglio non viene quasi per nulla sostenuto, a parte la rassegna dei bambini che è aiutata dalla Cassa di Risparmio».

Lo Scompiglio è difficile da inquadrare. Se lei lo dovesse definire?

«La definizione di oggi non è quella di ieri. Per me lo Scompiglio è un giardino, un grande giardino. Un posto dove stare bene, un posto dove dare e avere. La natura non può solo darci conforto, ma deve avere anche il diritto di esistere nel migliore dei modi. Generalmente si pensa che l’agricoltura e l’arte siano incompatibile, ma non è così. Qui lavoriamo insieme: una grande parte è dedicata al ripristino della natura, una invece all’agricoltura biologica. Anche come persone non siamo una cosa sola. Nella pratica non è così semplice, ma coi continuiamo con la nostra sperimentazione. È un progetto a tanti livelli. Ogni persona che lavora qua, ho l’aspettativa che vi possa contribuire. Vede, quando ho pensato a questo posto mi immaginavo un casino molto giocoso, dove però tutto funziona. Ci sono persone che vorrebbero sapere tutto nello specifico, ma questo non è facile qui. Anzi, questo qui non succede proprio». —

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