Gioco
Leopoldo Nobili, grande fisico e militare che si salvò la vita con una bottiglia di rum
L’esistenza avventurosa dello scienziato nato a Trassilico: ebbe una grande fascinazione per Napoleone e lo seguì nelle sue campagne
L’alcol fa male: è un concetto assodato. Ma ci sono state circostanze in cui il suo impiego è risultato determinante e positivo. Una testimonianza della sua funzione salvifica è contenuta nella biografia di Leopoldo Nobili; fisico, grande esperto di elettromagnetismo, inventore, tra l’altro del galvanometro astatico, professore di Fisica, nato a Trassilico nel 1784.
Prima di dedicarsi alla scienza, Leopoldo aveva seguito la carriera militare. Entrato all’accademia di Modena nel 1800, dopo tre anni aveva conseguito il titolo di luogotenente nel Corpo d’artiglieria e, successivamente, venne promosso al grado di capitano e destinato alla direzione della fabbrica d’armi di Brescia. Richiamato come insegnante di fisica presso l’Accademia, il Nobili affascinato dalla figura e dal carisma dell’Imperatore nonché re d’Italia Napoleone Bonaparte, decise di seguirlo nella campagna di Russia come ufficiale d’artiglieria. Col trascorrere dei mesi e l’avanzare dell’armata francese nel cuore della Russia, Leopoldo dovette affrontare tutti i disagi di quella terribile impresa. Provò “gli estremi strazii della fame, della sete e del freddo”. Fu infine sopraffatto da una grave infiammazione polmonare che lo avrebbe ucciso sicuramente, scrive il suo biografo Francesco Bordè (1847) se, nel delirio della febbre, non fosse ricorso a una bottiglia di rhum “che per caso aveva presso di sé” finendola in pochi sorsi.
Ma i guai non erano certo finiti. Superata la sbornia e la febbre, Leopoldo ancora instabile sulle gambe, durante la battaglia di Malojaroslavets (24 ottobre 1812) fu catturato dai cosacchi del colonnello Sisoev III. Non fu l’unico perché gli ufficiali della Grande Armée non erano riusciti ad impedire ai soldati, attanagliati dalla fame, di cacciare cornacchie «per farne il brodo e mangiarle» favorendo così il progressivo accerchiamento. Leopoldo quindi, al pari di altri prigionieri, venne “inumanamente” denudato dai cosacchi e costretto a seguire a piedi le orme dei loro cavalli. Riuscito a fuggire “per tre volte ricadde in quelle barbare mani, da cui per altrettante ne lo trasse la risoluzione di un coraggio non per anche da tanti infortuni domato”. Alla fine, approfittando della confusione che regnava nell’esercito russo, riuscì, con un compagno d’armi, ad abbandonare la zona e, attraversati i territori non ancora devastati dal conflitto, a tornare in Italia dove venne ricompensato con la Legione d’Onore. Quando nel 1813 l’Austria insieme alle potenze alleate dichiarò guerra alla Francia ed iniziò le ostilità nel Friuli contro le truppe del Regno Italico, Leopoldo combatté coraggiosamente a Palmanova (la fortezza rimase inespugnata) sotto il comando del barone e generale, François Valterre. Al termine delle guerre napoleoniche questo irriducibile soldato affascinato dal mito di Napoleone si ritirò a vita privata dedicandosi agli studi che lo avrebbero reso famoso. Il più grande fra i fisici italiani della prima metà dell'800 «degno di stare vicino a Galileo e di confabulare con Volta». —
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