Il Tirreno

Lucca

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Da musicista rock a regista, sempre «alla ricerca dell’essenza umana»

Barbara Antoni
Da musicista rock a regista, sempre «alla ricerca dell’essenza umana»

Intervista ad Antonio Nardone, artefice di Lucca Experience «Vi racconto la mia storia, i miei film e i nuovi progetti»

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«Da artista maledetto a bigliettaio». Fa autoironia Antonio Nardone, 57 anni, il regista lucchese artefice di “Lucca Experience”, documentario in 3d di quaranta minuti, sulla storia di Lucca ricostruita secondo una meticolosa ricerca archeologica (della studiosa Elisabetta Abela) e con efficaci effetti speciali. In due mesi di proiezione (dal 3 agosto nella sala al piano terra del museo della Zecca) l’hanno visto circa 1.700 persone: il regista segue giorno per giorno la diffusione del suo film, anche in biglietteria.

Per Nardone, laurea in lettere moderne a Pisa con tesi in storia e critica dello spettacolo, per anni apprezzato musicista rock passato alla regia dai primi anni Duemila («era il 2002 quando ho iniziato a dedicarmi ad allestimenti museali e regia», racconta) l’avventura di Lucca Experience (quattro anni di lavorazione) non è un semplice progetto di cinema storico, ma il frutto di un percorso personale «alla ricerca dell’essenza della storia e della vita, per esprimerla in modo efficace e in modo tale che raggiunga il cuore di tutti». Nel suo curriculum ci sono anche film religiosi: su tutti, “Fiamma d’amore viva”, la storia di Santa Gemma Galgani.

Per chi non lo ha ancora visto: Lucca Experience cos’è.

«E’ un lavoro di serietà storica, nato da uno studio archeologico di decenni di Elisabetta Abela. È quanto di più avanzato esista per la rappresentazione della città di Lucca, in particolare nell’età preistorica e romana: una primizia assoluta che dà l’idea della città del passato e di quella attuale. Nulla è lasciato al caso in questa ricostruzione: dalle palafitte rielaborate al computer, io insieme al tecnico lucchese Iacopo Napoli. Il film è in italiano con sottotitoli inglesi semplificati. Ha ottenuto un grande successo tra i lucchesi e abbiamo già iniziato a proporlo ai turisti».

Con quale spirito, quale obiettivo?

«Ci si lamenta quest’anno che il turismo ha perso qualità a Lucca, che prevale il mordi e fuggi. Lucca Experience è una risposta: è la possibilità di assistere alla ricostruzione della storia della città in quaranta minuti e invoglia le persone a stare di più. Il mio film non vuole essere un evento ma un’istituzione della città, vuole diventare parte del messaggio che Lucca dà al mondo. Le guide turistiche che lo hanno visto si sono complimentate. La relazione con l’ufficio del turismo di Metro è ben avviata, la sala in cui viene proiettato si trova in una posizione strategica. Ringrazio Luciana Menichetti che mi ha indicato quel punto.

Un nuovo progetto su Lucca c’è nel suo immediato futuro?

Sì. Sarà uno degli scoop culturali più grossi mai fatti a Lucca. Il film sarà un lungometraggio e parlerà di un misterioso quadro legato alla città, in base ad approfonditi studi di storia dell’arte. Non posso dire altro, se non che più personalità lucchesi del mondo economico e culturale sono molto interessate a promuovere questo nuovo prodotto cinematografico».

Lei stesso si è definito “artista maledetto”. Vuole raccontare chi è Antonio Nardone?

«Ho vissuto in tutto per circa quindici anni tra Thailandia e Cambogia. Uno dei film già pronti girati là si intitola “House of Tears” (casa di lacrime, ndr): un film maledetto. Ho un progetto per “Lady Boy”, film sulla prostituzione transessuale in Thailandia. In tutto ho già girato tre film in questi luoghi, immerso in tutto ciò che un turista sfiora e basta».

Perché ha scelto questi paesi?

«Thailandia e Cambogia sono posti dominati da un senso di tragicità che a noi sfugge, ma che permette di conoscere l’uomo per quello che è. E io ho sempre cercato la vera essenza dell’uomo. Qui siamo mascherati dai mezzi di comunicazione, dai telefonini. Loro si esprimono: sono la vera essenza umana. È lo stesso spirito che pervade Lucca Experience: un approccio fisico ed emotivo, non edulcorato».

Cosa o chi ha più segnato la sua vita e la sua arte durante queste esperienze?

«Ho conosciuto prostitute transessuali in modo approfondito, ho conosciuto la loro esaltazione e la loro disperazione, ma sempre con un approccio cristiano, che non giudica. Ho condiviso il loro dolore di autosfruttarsi: è stato doloroso anche per me. Per questo sono riuscito a raccontare così bene la storia di Santa Gemma Galgani». —

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