Il dolore
Quella chiesa “dei lucchesi” a due passi dal Quirinale
A Roma c’è un luogo di culto costruito nel Seicento dai nostri concittadini che lavoravano nella città eterna
Esiste un angolo dell’antica Lucca e dei suoi abitanti fra le zone più affascinanti nel cuore di Roma. Lontana alle solite bellezze da Vacanze romane e dai clamori della vita capitolina, rimane meno nota quella parte del centro storico custodito dalle Mura aureliane e dal tratto gianicolense che in passato ebbe un rapporto stretto con Lucca. Anche oggi in una viuzza dell’urbe si può respirare una certa arietta lucchese. Protagonista, spostandoci idealmente nell’Italia preunitaria proprio nel baricentro dello Stato della Chiesa, la comunità esule dalla Repubblica di Lucca sempre protetta dal suo veneratissimo Crocifisso del Volto Santo gelosamente custodito nella cattedrale di San Martino: già dal 1400 collettività di numerosi mercanti dimoranti in punto esatto del centro romano, tuttora chiamato come chi anticamente vi risiedeva ossia Via de’ Lucchesi.
Allora quartier generale della Natio Lucensis de Urbe la quale, successivamente, nel primo cinquantennio del Seicento, proprio sulla sua via ottenne da concessione papale una chiesa che rese magnifica impreziosendola nell’abside, ancora sfarzosa come ieri, con una tela raffigurante il venerato Volto Santo avvicinato di parecchi chilometri al cuore dei suoi fedeli non più così distanti dalla patria.
Ecco poche coordinate per raggiungere la chiesa. Arroviamo a Roma. Solo un obbligo: consumare le suole sui sampietrini del centro, per conoscere quegli angoli meno noti però davvero affascinanti che il tempo col suo viavai di storie ha stratificato sull'attuale Roma dei romani. Avviciniamoci alla meta entrando nel rione Trevi, nell’omonima piazza con la fontana della Dolce Vita. Sgomitando fra i turisti ci dirigiamo verso la chiesa dei Santi Anastasio e Vincenzo, prendendo la direttrice che da via San Vincenzo conduce a piazza della Pilotta o di fronte la Pontificia Università Gregoriana. A un certo punto, sempre all’ombra del Quirinale, s’iniziano a calpestare i sampietrini di Via dei Lucchesi; dopo pochi passi nello slargo ex piazza delle Erbe s’arriva a destinazione. Ecco la sobria facciata classicheggiante, abile a nascondere l’elegante splendore nella chiesa barocca di Santa Croce e San Bonaventura dei Lucchesi.
Riprendiamo a viaggiare nel tempo. Fu Urbano VIII del casato dei Barberini il papa che concesse nel 1671 alla comunità lucchese romana una chiesa, la medievale San Nicola de Portiis dalla prima metà del Cinquecento gestita dai padri cappuccini che nella successiva porzione di secolo si fecero committenti del nuovo convento di San Bonaventura prima di spostarsi nel 1631 sempre su approvazione pontificia nell’attuale sede in Via Veneto.
All’autorizzazione di Urbano VIII, s’aggiunse nelle casse del progetto degli esuli un bel contributo: dal ricco giurista lucchese Alessandro Cantoni, proprietario di grosse somme lasciate in eredità ad alcuni suoi concittadini affinché facessero sorgere una chiesa intitolata alla S. Croce patrona di Lucca. Giù il vecchio edificio nel 1685 ed edificazione del nuovo in dieci anni su disegno dell’architetto Mattia de Rossi (1637-1695), fra l’altro allievo di Gian Lorenzo Bernini.
Altri denari dai lucchesi nell’urbe permisero la concretizzazione del tempio in linea con le mode artistiche del secolo, anche se poi subì rifacimenti sette-ottocenteschi.
A differenza di molte chiese romane quella più semplicemente detta dei Lucchesi, oggi si visita su appuntamento telefonando all’annesso convento (06 6792017): dal ’900 abitato e cinquantanni dopo restaurato dalle suore missionarie di S. Maria Riparatrice che per il tempio, fra l’altro casa ove riposa la loro Madre fondatrice, sono da considerarsi le amorevoli protettrici di tutta la grande bellezza in Santa Croce e San Bonaventura con orgoglio mostrata a visitatori o spalancata per sentite funzioni religiose. Proprio una loro rappresentante ci ha concesso l’opportunità di poter raccontare e scattare per i nostri lettori la meraviglia dell'edificio religioso, compressa in una navata sufficiente a riflettere ogni luccichio barocco nella maniera più straordinariamente composta. È infatti sobria opulenza capace a trasmettere le fortune dei lucchesi ed il loro sentimento speso ad erigere l’amata chiesa: squisito bouquet delle arti barocche fatto di marmi policromi, begli esempi pittorici e scultorei, stucchi, importanti arredi liturgici. Tanto, tantissimo, troppo, non disdicevole è l'oro. Bagliore aureo pure nell’imponente soffitto ligneo finemente intagliato reso più maestoso da tre grandi scene, datate 1673-’77. Firmate dal duo di pittori lucchesi Giovanni Coli e Filippo Gherardi, toccano l’apice fra i contorni mistilinei del dipinto centrale “Eraclio riporta la Vera Croce a Gerusalemme”. —
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