Il dolore
Danno cerebrale al neonato Condannati medico e ostetrica
Dopo l’omessa esecuzione del taglio cesareo a una puerpera ricoverata a Barga la Corte dei Conti impone un risarcimento di 100mila euro a carico degli imputati
LUCCA. Una dolorosa vicenda che torna d’attualità quattro anni dopo la condanna al maxi risarcimento da un milione di euro (poi ridotto a 600mila euro) alla famiglia di un bimbo nato con danni permanenti causati da ipossia, ovvero carenza di ossigeno, per una procedura non corretta al momento del parto. Quella ingente somma è stata versata dall’Asl ai genitori a chiusura di un contenzioso iniziato nel 2013 per il quale era stata promossa una causa dinanzi al giudice del tribunale civile Enrico Fontanini. Nei giorni scorsi però è arrivato il pronunciamento della Corte dei Conti della Toscana dopo che le carte erano state inviate alla procura regionale dei magistrati contabili per la valutazione in ordine alla sussistenza del dolo o della colpa grave in relazione all’esercizio dell’azione di rivalsa della Regione Toscana nei confronti dei responsabili di personale medico e infermieristico che si trovavano in reparto durante il parto avvenuto il 9 luglio 2010 nell’ospedale S. Francesco di Barga.
IL RISARCIMENTO
E la sezione giurisdizionale della Corte dei Conti (presidente Amedeo Federici, consigliere Angelo Bax e relatore Pia Manni) ha individuato e condannato al risarcimento complessivo di 100mila euro, rivalutazione monetaria compresa, il medico Bruno Arduino, 46 anni, originario di Aversa e l’ostetrica Simona Torselli, 34 anni, residente a Seravezza. Il primo dovrà versare 60mila euro, la seconda 40 mila, entrambi in favore della Regione Toscana. I giudici contabili - che accolgono il parere del vice procuratore generale Letizia Dainelli - concordano nel ritenere che il travaglio, nelle ultime ore, non sia stato controllato in maniera corretta e ai due sanitari vengano addebitati il mancato corretto controllo delle condizioni fetali durante il travaglio, in quanto era stata effettuata la registrazione continua della cardiotocografia interrotta e non rilevata durante l’infusione di ossitocina, contravvenendo alle linee guida senza supplire all’inconveniente con l’auscultazione diretta. L’ostetrica non avrebbe segnalato tempestivamente al medico in reparto le anomalie evidenziate dal tracciato Ctg, mentre il ginecologo sarebbe responsabile di aver omesso di disporre il parto cesareo nonostante la spiccata bradicardia evidenziata dai tracciati e di non aver preso provvedimenti in ordine alla mancata registrazione Ctg nelle fasi antecedenti al parto. Una condotta contraddistinta dalla violazione degli standard minimi di diligenza richiesti e da una superficialità e approssimazione nella gestione complessiva del parto. Da lì la sussistenza della colpa grave che, in campo medico, si configura quando il «comportamento sia stato del tutto anomalo o inadeguato».A parziale giustificazione degli imputati - che ha portato alla riduzione del risarcimento a 100mila euro - la scarsa anzianità di servizio (il medico era stato assunto da 4 giorni, l’ostetrica era in fase d’inserimento dopo un periodo di valutazione di 6 mesi) e le carenze organizzative e strutturali dell’ospedale.
DANNI IRREVERSIBILI
A fronte di questo risarcimento resta la diagnosi accompagnata dalle dimissioni del piccino: «Paralisi cerebrale infantile di tipo tetraparesi mista spastico-distonica in bimbo nato con asfissia perinatale». Una diagnosi che nessun risarcimento potrà lenire. —
L.T.
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