Sicurezza
Il “quarto d’ora di celebrità” di Tommaso Talenti davanti al papa
Dopo la vittoria di Kahlenberg contro gli Ottomani fu incaricato di portare a Roma il padiglione verde e lo stendardo del Gran Visir
LUCCA. All’alba del 12 settembre 1683 a Kahlenberg, presso Vienna, 65.000 cristiani affrontarono in battaglia campale 200.000 combattenti ottomani. Fu questa l’impresa coraggiosa e conclusiva di un assedio durato 60 giorni e che aveva fatto temere la fine dell’Europa cristiana.
La battaglia durò dall’11 al 12 settembre e si risolse in seguito a una terribile carica di cavalleria guidata dal re di Polonia nonché comandante dell’esercito polacco-austro-tedesco, Giovanni Sobieski. Nella fuga disordinata che ne seguì, i turchi guidati da Kara Mustafa - dopo aver massacrato centinaia di prigionieri e di schiavi cristiani - abbandonarono tutto il bottino e le artiglierie in mano ai vincitori compreso quello accumulato nel corso delle loro scorrerie nei Balcani. Fra i resti di maggior pregio figuravano il padiglione del gran visir e il grande stendardo verde di Maometto che Sobieski decise di inviare al papa Innocenzo XI accompagnandolo con queste parole: “Veni, vidi, Deus vicit”.
Per condurre a Roma questo dono prezioso, il re di Polonia scelse uno dei suoi più fedeli collaboratori: il lucchese Tommaso Talenti. Nato a Lucca da Talento di Pietro Talenti nel 1629, all’età di 18 anni Tommaso si era trasferito a Cracovia presso il fratello Pietro mercante di “diverse pannine”, ben apprezzato anche a corte.
Arruolatosi nelle milizie regie, passò poi al servizio del conte Francesco Magni ambasciatore del re di Polonia presso i principi d’Italia e, successivamente (1658), del duca Giuliano Cesarini. Sempre inquieto e attratto dall’avventura, nel 1667 tornò in Polonia dove divenne cameriere d’onore del re Michele Korybut Wiśniowiecki e, successivamente, segretario particolare per le cose d’Italia del nuovo re, Giovanni III Sobieski, che subito lo apprezzò per le sue doti militari e diplomatiche.
Orgoglioso di questo incarico che rappresentava il momento più alto delle celebrazioni per la vittoria, Talenti arrivò a Roma il 25 settembre 1683 mentre nella chiesa di Santa Maria Maggiore si rendeva grazie per la vittoria conseguita. Il giorno successivo, accompagnato dal cardinale Carlo Barberini, si presentò al pontefice Innocenzo XI per consegnargli una lettera autografa di Giovanni III.
Finalmente il 29 settembre, dopo un lungo discorso del conte Kazimierz Denhooff, residente polacco a Roma, l’emissario lucchese poté consegnare al vessillifero di Santa Chiesa Romana “l’immensa bandiera di seta frigia, tessuta d’oro, mischiata di colori rosso e verde e coperta di sentenze in lingua araba” per la sua deposizione nella chiesa di San Pietro. Conclusa la cerimonia alla quale aveva assistito anche il pontefice, tutti i presenti si strinsero attorno al Talenti per ricoprirlo di doni e di complimenti quasi avesse da solo sconfitto l’armata turca. Ricevuto in premio lo stocco e il berrettone, ottenne novecento scudi d’oro, una collana d’oro che pesava cinque libbre e molti altri donativi da parte dei nobili romani. Al passare per le strade della capitale, il popolo gli baciava le mani, le donne lo salutavano inviandogli voti di felicità e i poeti gli offrivano poesie stampate in seta verde e rossa.
Per qualche giorno Tommaso visse il sogno dell’onnipotenza seppure consapevole che tutti quei riconoscimenti non erano rivolti alla sua persona bensì agli attori principali – Giovanni III, Innocenzo XI e l’imperatore Leopoldo I - di quella vittoria che aveva allontanato dall’Europa il pericolo turco. Per questo, esaurita la sua missione e dopo una breve tappa a Venezia dove i fratelli Ascanio e Aurelio Amaltei lo salutarono con la stampa di un libro di sonetti in suo onore, ritornò in Polonia presso Giovanni III a cui rimase accanto fino alla propria morte nell’aprile del 1693. —
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
