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lucchesi da (ri)scoprire 

Nonna e nipote: le due signore Raffaelli che nel Seicento ammaliavano le corti

carla sodini
Nonna e nipote: le due signore Raffaelli che nel Seicento ammaliavano le corti

Francesca era una cantante conosciuta in tutta Europa, Maria Francesca era di casa dai Medici

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carla sodini

In un secolo, il Seicento, in cui le donne erano relegate soprattutto al ruolo di mogli, madri oppure avviate al convento, due signore del casato lucchese dei Raffaelli si distinsero per il loro anticonformismo e affermazione professionale.

Quando, nel 1627, sposò Tommaso Raffaelli, un “ganimede” di sessantacinque anni dalla barba grigia ma attraente, Francesca Caccini – con le sue eccezionali doti canore e competenze musicali - aveva già solcato tutti i più importanti palcoscenici d’Europa per divenire poi artista di corte a servizio di Cristina di Lorena e Maria Maddalena d’Austria, rispettivamente madre e vedova di Cosimo II dei Medici. Su commissione delle due Reggenti compose l’opera “La liberazione di Ruggiero dall’Isola d’Alcina” che venne rappresentata a Firenze nel febbraio del 1625 in occasione della visita di stato del principe Ladislao Sigismondo di Polonia. L’opera ottenne grande successo e, tre anni più tardi, fu rappresentata a Varsavia.

Erano state l’invidia e le polemiche nell’ambiente artistico di corte, nonché la morte del primo marito, ad indurre l’artista a sposare il Raffaelli, trasferirsi a Lucca e ad accettare serenamente un nuovo stile di vita. Nella sua nuova casa continuò ad essere attiva nella produzione teatrale mettendo le sue competenze a disposizione anche dell’Accademia degli Oscuri della quale suo marito Francesco faceva parte. Dal matrimonio nacque un figlio, Francesco, ma il tranquillo interludio lucchese si interruppe nel 1630 con la morte del Raffaelli e la peste del 1633. Tornata a Firenze, Francesca si pose al servizio della granduchessa senza, però, calcare più le scene secondo quanto promesso al marito in punto di morte.

Sua nipote (figlia di Francesco), Maria Francesca Raffaelli, nata a Lucca nel 1656, fu educata a Firenze - a spese della corte medicea - presso la zia Margherita Signorini, monaca del Convento di San Girolamo. Nel 1671 divenne dama della granduchessa Vittoria della Rovere, moglie del granduca Ferdinando II dei Medici. Sposatasi con il nobile fiorentino Giovan Battista Bucetti, bellissima e “manierata”, la giovane lucchese fu un’abile amministratrice di sé stessa e della sua immagine, grazie anche al consenso e alla fama che le provenivano dall’ammirazione di numerosi poeti e personaggi di corte. Lodare la bella lucchese divenne, presto, una moda letteraria favorita dalla stessa granduchessa. Fra i suoi seguaci figuravano il poeta e letterato Benedetto Menzini e Maria Buonaccorsi Allessandri, meglio conosciuta col nome di Leucide Jonide in quanto “pastorella” dell’Arcadia dal 1705. La poetessa fiorentina dedicò alla dama lucchese una tale quantità di sonetti da indurre a qualche malevolo commento di corte sui sentimenti suscitati in lei dalla bionda incantatrice lucchese. Erano sicuramente sue le composizioni apparse nella raccolta di “Poesie Italiane di Rimatrici viventi” a cura di Teleste Ciparissiano (Giovanni Battista Recanati), pubblicata a Venezia nel 1715 e dedicate alla Raffaelli. In una, scritta in occasione della sua partenza per Lucca, Leucide Jonide cantava: “Parte la bella, ed al nativo cielo/Con frettoloso piè sen fa ritorno, //Qual dopo lunga notte un chiaro giorno/ Ne porta il sol, squarciando all’ombra il velo// Esulta il Serchio, e’l suo fiorito stelo/Fa pompa vaga al nobil piè d’intorno:/Cantan gli augei, con nuovo stile adorno/Inni a questo novel nume di Delo/…” Fra un complimento e una poesia, sempre protetta dal favore della dinastia medicea, Maria Francesca Raffaelli, ammirevole per le sue capacità nel tessere utili relazioni cortigiane e nell’accaparrarsi tanto consenso con il minimo impegno, morì serenamente nel suo letto, senza lasciare eredi, nella casa fiorentina in via dei Bardi nel 1733. —

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di Redazione web