Il Tirreno

Lucca

Fra’ Giovanni Giuliani, missionario disinvolto che ebbe in regalo due bambine

carla sodini
Fra’ Giovanni Giuliani, missionario disinvolto che ebbe in regalo due bambine

Nel Seicento si occupava di evangelizzare l’Europa orientale Accusato, spiegò che voleva sottrarre le piccole ai musulmani 

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la storia

carla sodini

L’attività missionaria nell’Europa orientale del domenicano lucchese Giovanni Giuliani era iniziata nel 1625 con il suo primo viaggio a Caffa, città della Crimea appartenente al Khanato dei tartari.

In questa prima missione per conto della Congregazione “de Propaganda Fide”, era accompagnato dal padre domenicano Emidio Portelli da Ascoli e da un altro lucchese, un certo padre Pialcani. Un altro religioso lucchese, padre Costanzo, lo seguirà, poco dopo, in Circassia.

Il viaggio del 1625 fu solo il primo di una lunga serie di esperienze vissute dal solerte religioso con profondo spirito missionario ovunque potesse dedicarsi al recupero dei cristiani dispersi, soprattutto di origine genovese e alla cura pastorale dei tartari cattolici.

Di questa sua esperienza Giuliani ha lasciato due documenti manoscritti poi pubblicati alla fine del Seicento. Cioè una Relatione alla sacra Congregazione di Propaganda fide fatta da me frà Giovanni da Lucca Domenicano missionario alli Tartari, Ciorcassi, Abbazzà, Mengrilli etc. e un’altra simile dedicata a un alto prelato.

Viaggiando attraverso l’Europa orientale fino alla Crimea e alla Persia, Giuliani svolse anche un ruolo diplomatico importante per la sua capacità di entrare in contatto amichevole con i capi e le comunità musulmane talvolta anche a discapito del suo ruolo di guida spirituale.

Portava con sé un bambino Gesù in gesso, di quelli prodotti nella sua terra di origine che esponeva, come un talismano, alla venerazione di tutti. Si spacciava, talvolta, per guaritore utilizzando quel poco di rabarbaro e triaca che si era portato dietro dall’Italia; barattava alcuni oggetti di scarso valore acquistati alla partenza per doni preziosi.

Fu proprio per un piccolo orologio che il principe Puto, Rais della Mengrilia (regione del Caucaso) gli regalò una «schiavetta, di otto in nove anni, la quale vista così nuda» destò la sua commozione. In cambio di una croce d’argento, l’arcivescovo armeno Driandelli gli offrì «un figliuolino schiavo» a cui rinunciò per una fanciulla di circa nove anni che avrebbe ripreso al rientro dalla sua missione. Infine, in cambio di un vaso di triaca e altre “galanterie” offerte all’arcivescovo Catholicos, ottenne uno schiavo e un pezzo di cera rossa di 23 libbre.

La primavera successiva, al ritorno dal suo lungo viaggio oltre la Persia, frà Giovanni si fece dare «la schiavetta che mi conservava il principe Puto» e riottenne l’altra dall’arcivescovo Driandelli.

Raggiunta Caffa, dette una delle bambine «al sig. Nicolao Polacco cattolico quale la conducesse in Costantinopoli per donare a un suo amico francese per il prezzo di 55 tollari».

Lasciò l’altra in casa di un armeno «sotto la cura di Lazzaro cattolico, la quale per ultimo condussi in Costantinopoli, e consegnai al sig. capitano Andrea Moroni Sciotto cattolico per il prezzo di 80 tollari, avendo rinunziato 100 zecchini offertimi da un mercante armeno scismatico».

Tornato in patria nel 1633 e chiamato a discolparsi per questo commercio non conforme alla sua missione, il religioso si giustificò dicendo di essersi adoperato, senza badare al mancato guadagno, per portare alcuni innocenti in seno alla chiesa cattolica sottraendoli a padroni musulmani. Sulla condotta piuttosto disinibita del religioso, continuarono a girare numerose maldicenze.

Nel 1634 un altro domenicano, Ludovico Carrera, lo accusò di avere convissuto “more uxorio” con una schiava circassa e di ubriacarsi ogni giorno. Ma lo stesso Carrera riconosceva i meriti pastorali e il coraggio del domenicano lucchese, audace oltre ogni limite e infaticabile nella sua opera di conversione in quei paesi feroci del Gran Turco. —

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