Italia
Il livornese che dedicò la sua vita a Lucca Augusto Mancini, tra Università e politica
Erede della cattedra di Giovanni Pascoli (di cui fu anche allievo) all’ateneo pisano fece della città delle Mura la sua casa Impegnato nelle fila del Partito Repubblicano, visse anche l’esperienza del carcere per il suo attivismo antifascista
il personaggio
flavia piccinni
Ci sono lucchesi di nascita, e lucchesi di scelta. Augusto Mancini, grecista e politico, appartiene alla seconda categoria: senza dubbio è uno dei più celebri lucchesi d’elezione per affinità allo spirito cittadino, per l’innamoramento nei confronti del centro storico e della cultura locale. Figlio del negoziante di cappelli Natale e di una casalinga, Mancini nacque nella primavera del 1875 a Livorno, ed ebbe i primi racconti di Lucca e della sua provincia da ragazzo, ai tempi del liceo, quando fu allievo di Giovanni Pascoli.
L’impressione che Pascoli lasciò in lui fu un segno per la vita, e riuscì a indirizzarne gli studi e il futuro. Mancini si laureò infatti in letteratura greca nel 1895 alla Normale di Pisa, perfezionandosi poi a Firenze dunque alla Scuola di Archeologia a Roma. Divenne insegnante di liceo. Era di ruolo al Liceo Classico di Lucca nel 1899, quando Giovanni Pascoli lo fece chiamare all’Università di Messina come professore di grammatica greca e latina al suo posto. Mancini non ci pensò due volte, quella era una grande occasione, partì e rimase a insegnare nell’Università siciliana per cinque anni, quando venne nuovamente chiamato: avrebbe potuto prendere nuovamente la cattedra lasciata da Pascoli all’Università di Pisa. Mancini non ebbe nuovamente dubbi, accettò l’incarico e scelse di trasferirsi a Lucca. Vi rimase, quasi il tempo si potesse congelare, fino al 1948. In mezzo però fece molte cose, anche per la città. Oltre a essere Presidente dell’Accademia lucchese di scienza, lettere ed arti – fondata nel XVI secolo, attualmente guidata da Raffaello Nardi e con sede a Palazzo Pretorio – arrivò anche a far parte della prestigiosa Accademia dei Lincei, ad associarsi per primo alla Croce Verde di Lucca della quale per quasi un decennio fu presidente, e a istituire la Domus Mazziniana di Pisa. Fervido sostenitore di idee repubblicane, nonché membro del Partito Repubblicano, decise di dissociarsi nel 1913 poiché non era favorevole alla linea astensionista.
Si candidò a Borgo a Mozzano (era il 1913, lo fece con i radicali, ma non vinse), ma due anni dopo venne ugualmente eletto in Parlamento. Fu confermato nel 1919 e nel 1921, mostrando un atteggiamento battagliero e determinato che lo portarono a entrare nelle fila del nuovo partito della Democrazia Sociale. Sapeva farsi riconoscere. Nella piccola, ricca e borghese Lucca del tempo era una personalità di spicco. Ricoprì le cariche di consigliere comunale e provinciale per il partito repubblicano, ma parallelo alla politica scorreva l’amore per la storia della città – firmò infatti decine di contributi scientifici a riguardo – e per la letteratura.
A Lucca, Mancini è molto conosciuto, e non da tutti amato. Lui se ne infischia. Fino a quando non viene preso di mira dai fascisti lucchesi. Un sentimento di rabbia e di antagonia, che si moltiplicherà quando Mancini verrà messo a capo di un comitato segreto che – fondato dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti nel 1924 – negli anni della Resistenza riprese corpo, e fu il fertile terreno in cui crebbe il Comitato di Liberazione clandestino di Lucca, di cui Mancini divenne presidente. Come la storia spesso insegna, nonostante non vi siano chiari elementi, finisce in carcere. E vi rimane – segregato nell’infermeria – dal 5 gennaio fino al 14 maggio 1944. Da quella breve prigionia firma un diario, in cui annota ciò che accade, la sofferenza della coercizione, il tempo che non scorre.
«Non vi erano accuse specifiche – nota Silvio Ferri – ma Mancini era l’esponente maggiore dell’antifascismo lucchese, e su di lui si accentuavano i gravi sospetti di essere l’anima dell’organizzazione di bande di giovani, specialmente studenti, che si raccoglievano attorno al professor Carlo Del Bianco». Viene scarcerato. I ricordi sono indelebili, ma la passione politica e l’impegno civile sovrastano tutto. Mancini viene chiamato a far parte della Consulta Nazionale, diventa il primo rettore dell’università di Pisa – incarico che manterrà per due anni a cominciare dal 1945 – dunque viene nominato professore emerito e milita nelle fila del Partito Repubblicano fino alla morte. Si candida anche nel 1953, ma non viene eletto; quattro anni dopo, per un’emorragia celebrale, muore nella sua casa lucchese lasciandosi alle spalle una vita da militante e da antifascista che andrebbe forse – soprattutto di questi tempi – ricordata con maggiore attenzione. —
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