Il Tirreno

Lucca

“Zibaldino Lucchese”, il tempo che fu con la sottile ironia di Giacomo Paolini

Personaggi, storielle, curiosità, ninnenanne, filastrocche, proverbi, indovinelli, innamoramenti e tradimenti In esclusiva alcune piccole perle dagli scritti del noto autore di Santa Maria a Colle, scomparso appena due mesi fa

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piccoli racconti

Giacomo Paolini è stato un autore noto a Lucca. Originario di Farneta, ha vissuto per tanta parte della vita a Santa Maria a Colle, e lavorato a Massarosa come direttore dell’ufficio postale. Ma la sua passione era la scrittura, le storie lucchesi, il vernacolo. A lungo ha scritto testi anche per la compagnia teatrale Invicta. «È stato un amico grande», lo ricorda il regista dell’Invicta, Cataldo Fambrini. Paolini se n’è andato due mesi fa. Lascia una vasta produzione, in parte anche inedita, fra storie, novelle, poesie, indovinelli; anche un romanzo e un’opera che intitolò “Zibaldino lucchese”. Le storie che pubblichiamo vengono da questo suo lavoro.

Il concioni

Un acquaiolo famoso era il Concioni, uomo grosso, anarchico, pressoché sempre alticcio, perché lui portava l’acqua nelle case, ma personalmente si guardava bene dal berla. Essendo come detto un anarchico convinto, un giorno non potè esimersi dal recarsi a Viareggio con un amico, per ascoltare un comizio tenuto nel locale teatro Politeama dal capo libertario Pietro Gori, che aveva grande fama di oratore. Andarono e si misero ad ascoltare il discorso del gori. Sul più bello, quando tutto il pubblico che gremiva la sala pendeva più che mai dalle sue labbra, il Concioni si rivolse al compagno di fede sussurrandogli in un orecchio: «Caro amico, io queste cose che dice il Gori le conosco già, sono fritte e rifritte, e allora sai che ti dico?» «Che mi dici?» «che faccio una scappatina là fuori a trincarmi un bicchierotto di quel bono, perché m’è venuta una gran sete», e detto fatto piantò in asso tutta la congrega e se ne andò a cercare un’osteria.

Al caffè col cavallo

Il Caffè del Buongusto apriva i battenti in via Fillungo, ingresso principale, e nel retrostante vicoletto del Buongusto, entrata secondaria. Tra i suoi clienti vi erano tipi molto originali, nessuno però come quel nobile che entrava nel locale in sella al suo cavallo, e senza degnarsi di scendere un momento si poneva davanti al banco, ordinava da bere, si curvava a prendere il bicchiere e dopo averlo scolato con cura dava un colpetto di speroni al suo destriero e se ne usciva tranquillo per salire sulle Mura e continuarvi la cavalcata.

herr pfanner

Il signor Pfanner, o meglio Herr Pfanner, era un austriaco arrivato a Lucca agli inizi del Novecento per aprirvi una birreria, nel senso che la bionda bevanda oltre a servirla alla gente, la fabbricava in proprio. A tale scopo comprò lo storico palazzo Controni con relativo meraviglioso giardino. Il locale, una novità assoluta per i lucchesi, si affermò prestissimo e il signor Pfanner faceva affari d’oro. Nella bella stagione i tavoli erano sistemati nel parco all’ombra degli alberi e in mezzo al profumo dei fiori, e la gente faceva a gara per sedersi ai posti migliori e sorbirsi fra un pettegolezzo e l’altro la fresca bevanda (allora conservata nel ghiaccio) che come diceva un’insegna “fa campare cent’anni”. Non c’era dubbio che Herr Pfanner fosse austriaco, ma luiamava far credere alla gente di essere svizzero, e infatti l’opinione generale dei lucchesi era questa. Tale finzione si doveva a un calcolo commerciale legato all’irredentismo del Trentino: infatti in quegli anni gli austriaci non erano ben visti in Italia, mentre gli svizzeri, gente neutrale che non s’immischia negli affari politici degli altri popoli, riscuoteva molta simpatia (e lui di più quattrini).

L’imbutella

Uno sportivo disse a un lammarese, addetto alla manutenzione dello stadio di Porta Elisa, di recarsi nella tale stanza a prendergli il megafono. Il lammarese andò e tornò dicendo: «L’ho cercato ma ’un l’ho trovato da nessuna parte, ’un c’è proprio!». «Come non c’è proprio, se l’ho visto io poco fa! Su, tornaci». Il lammarese ci tornò, ma stesso discorso di prima.

«’Un c’è proprio, ne lo dìo io!». «Allora vieni che ci andiamo insieme». Andarono, e subito lo sportivo glielo indicò.

«Eccolo lì bello spiattellato. Sei diventato cieco?». Il lammarese lo guardò molto meravigliato esclamando: «Aah, ’uella!... Allora me l’aveva a di’ subbito che voleva l’imbutella».

Un venticello

Una donna confessò al prete una calunnia di cui si era resa colpevole nei confronti di una vicina di casa, ed ebbe per penitenza di spennare una gallina, spargere le penne al vento e quindi raccattarle tutte fino all’ultima. Questo per dimostrare che, essendo la cosa irrealizzabile, è facile danneggiare una persona nella sua reputazione, ma è poi impossibile riparare al danno, poiché: “La calunnia è un venticello che più si soffia e più si sgonfia”.

L’amico Ladro

Il contadino Gregorio beccò l’amico Giuseppe a rubargli le mele nel campo. Molto sorpreso e sdegnato lo apostrofò così: «Da te po’ ’un me lì’aspettavo! ’Un ti sei vergognato a fammi una ’osa der genere a me?»

E l’amico: «la ’orpa e tua Geppe. Siccome è sabbato, mi credevo che tu fussi ito ar mercato a Lucca, come fai tutte le settimane».

Belli brutti e cattivi

Al tempo in cui inventarono i cognomi, nel paese di Santa Margherita i belli furono messi da una parte e gli fu dato il cognome di Belluomini, i brutti da un’altra ed ebbero quello di Malfatti. Però molti non furono contenti e cominciarono a urlare, menar botte e mordere come lupi. Allora per loro fu inventato un terzo cognome: Luporini. Ancora oggi in quel paese questi tre cognomi, Belluomini, Malfatti e Luporini, sono i più diffusi.

a corna ’un m’acchiappi

Una donna di Tereglio, da molto tempo inferma alle gambe, era costretta a starsene sempre in casa, mentre il marito correva continuamente di qua e di là senza mai fermarsi un momento. Mentre lo accompagnava col pensiero la donna diceva: «Camina, camina pure ’uanto ti pare marito mio, tanto hai voglia te di caminà, a corna ’un m’acchiapperai mai». —

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