Il Tirreno

Lucca

il caso 

I parenti di Roberta Ragusa rifiutano i soldi di Antonio Logli

Pietro Barghigiani

C’è anche un lucchese fra i congiunti della donna scomparsa a San Giuliano «Lo facciamo per i loro figli»

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LUCCA. «Non vogliamo i soldi di Logli». Rinunciano ai risarcimenti che in tre gradi i giudici hanno disposto a loro favore, i parenti di Roberta Ragusa. Cifre che sarebbe state quantificate con una causa civile che, a questo punto, non verrà mai avviata.

È un gesto che le parti civili tengono a far sapere attraverso i loro avvocati Roberto Ciniglio, che con Gaetano Turcio ha assistito sei tra cugini e zie di Roberta, ed Enrico Maria Gallinaro che ha tutelato due assistite residenti nella capitale.

«Per noi l’importante è aver ottenuto una sentenza che dà una risposta sulla fine di Roberta e attribuisce la responsabilità del marito per la sua morte – hanno detto ai legali –. Non ci interessano i beni di Logli e non è questo il motivo per cui ci siamo costituiti parte civile nel processo».

Sono otto i parenti che, pur avendone diritto, dicono no al risarcimento concesso nel corso dei tre processi: Anna Maria Ragusa e Antonino Ragusa di Roma; Maria Catena Napolitano di Roma; Carlo Ragusa di Lucca; Angelo Ragusa, di Licata; Maria Ragusa di Roma; Giovanna e Sonia Alpini di Pisa. Chi più defilato, chi in prima linea, i parenti hanno seguito il caso di scomparsa poi diventato omicidio fin dal primo giorno. Un conto che sarebbe stato quantificato in davanti al un Tribunale civile, ma che non è errato stimare in svariate decine di migliaia di euro.

«Togliere i beni ad Antonio significa prenderli ai figli» aveva chiosato mercoledì sera l’avvocato Roberto Cavani.

L’apprensione per una sparizione senza un motivo apparente nel tempo è diventata la consapevolezza che il marito non raccontasse tutta la verità. Non accuse evidenti, ma perplessità velate sempre più cariche di insofferenza verso un comportamento che le cugine non hanno mai tollerato.

«Ci siamo sentiti al telefono poco tempo fa e lui si ostinava a ripetere che non c’entrava niente» ha dichiarato Maria Ragusa dopo la sentenza di mercoledì sera davanti al palazzo della Cassazione a Roma. La rinuncia al risarcimento è un gesto voluto e messo in pratica anche con un pensiero ai figli Daniele e Alessia.

«Due sopravvissuti a un naufragio familiare e giudiziario e che ora, a parte l’ex baby sitter Sara poi compagna del padre, possono contare solo sui nonni paterni. I rapporti con le cugine si sono interrotti da anni. Una conversazione telefonica tra i due figli di Roberta e una cugina romana non ha ricostruito un dialogo ormai sfaldato. Loro, a dispetto della Cassazione, credono all’innocenza del padre e non accettano una verità giudiziaria che ha portato in cella il loro padre per scontare 20 anni. E con i parenti del ramo Ragusa non sembra esserci al momento la possibilità di un riavvicinamento. —

Pietro Barghigiani

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