Sicurezza
«Una sentenza che rende un po’ di giustizia a Vania»
LUCCA. È in vacanza. Lontano da Lucca, lontano dai luoghi che gli ricordano l’adorata figlia barbaramente uccisa da chi fingeva di volerle bene. Non ha chiuso occhio in questi giorni Alvaro Vannucchi. Perché il pensiero era rivolto a quell’aula romana di Corte di Cassazione dove si sarebbe consumato l’ultimo atto di una dolorosa vicenda. E il solo dubbio che vi potesse essere qualche modifica rispetto alle sentenze di primo grado e d’Appello lo tormentava. Invece la Suprema Corte ha confermato l’impianto accusatorio e la condanna a 30 anni di reclusione per Pasquale Russo, il femminicida recluso nel carcere di Prato. «Una sentenza che rende un po’ di giustizia a Vania e che fuga ogni dubbio su chi fosse mia figlia di fronte a certe affermazioni fatte in aula. Nessuna sentenza, anche la migliore del mondo, potrà far tornare in vita Vania e consentirmi di poterla abbracciare di nuovo anche solo per un istante». È un uomo forte Alvaro, storico massaggiatore della Lucchese. Ha imparato a conoscere a sue spese i tempi della giustizia e ci tiene a sottolineare il lavoro e l’impegno profuso dal suo avvocato, Elena Libone: «Alla fine il caso di Vania si è concluso con i tre gradi di giudizio in meno di 36 mesi. E visti i tempi e le difficoltà in cui versa il settore non posso che essere sollevato. Ci tengo in modo particolare a ringraziare il nostro angelo custode: l’avvocato Elena Libone. Me l’aveva consigliata un caro amico. E non si era sbagliato. Ci ha sostenuto nei momenti difficili, che ci sono stati, e soprattutto ci ha messo tempo, passione e cuore. Tanto cuore. E io e mia moglie le saremo grati per sempre. Si è sempre battuta nel rispetto della verità e ha difeso con le unghie e con i denti la dignità di nostra figlia da chi voleva mettere in discussione la sua dirittura morale. Ora che le luci mediatiche si sono spente chiediamo alle autorità e alle istituzioni di non dimenticare Vania affinché il suo sacrificio non sia stato vano». —
L.T.
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