Il Tirreno

Lucca

Niente sconti di pena all’assassino di Vania: la Cassazione conferma i 30 anni di carcere

Luca Tronchetti
Pasquale Russo, l'assassino di Vania (foto Sernacchioli)
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Pasquale Russo, l'assassino di Vania (foto Sernacchioli)

Reggono al vaglio della Suprema Corte le aggravanti dello stalking e della crudeltà e le statuizioni civili di primo grado

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LUCCA. Alle 18.50 la prima sezione della Suprema Corte mette la parola fine al delitto più efferato avvenuto a Lucca negli anni Duemila: il femminicidio di Vania Vannucchi, 46 anni, operatrice sanitaria, madre di due figli, cosparsa di benzina e arsa viva il 2 agosto 2016. La Cassazione conferma la condanna, che adesso diventa definitiva, a 30 anni di reclusione del suo carnefice: Pasquale Russo, 46 anni, ex dipendente di una cooperativa che lavora per l’Asl, tutt’ora detenuto nel carcere di Prato. Confermate anche le statuizioni civili. Resteranno sulla carta, perché i familiari della giovane madre non hanno visto e difficilmente vedranno un euro vista la situazione economica in cui versa l’omicida: 249mila euro ciascuno per i genitori (Alvaro e Giovanna) e i figli della vittima, 160mila euro all’ex marito (Andrea Barsali) e 10mila euro all’associazione Onlus Luna per un totale (virtuale) di un milione e 166mila euro.

LE AGGRAVANTI

Reggono al vaglio della Corte di Cassazione due delle tre aggravanti su cui ruota l’accusa di omicidio volontario: stalking, crudeltà e premeditazione. E sono più che sufficienti per non modificare la pena nei confronti dell’assassino. Regge l’ipotesi accusatoria degli atti persecutori che Pasquale Russo in un mese aveva messo in opera nei confronti di Vania. E l’avvocato Pamela Bonaiuti del foro di Prato, il legale dell’imputato - che anche in questo caso non era presente in aula - si affanna inutilmente a ripetere che «la vittima non era spaventata per il semplice fatto che non aveva presentato querela». Il legale pone l’accento sull’assenza degli elementi costitutivi del reato di stalking. Ma in realtà Vania Vannucchi non sporse denuncia semplicemente perché non ne ebbe il tempo. Come ha fatto capire il presidente della prima sezione della Suprema Corte quando, interrompendo l’arringa difensiva, ha pronunciato una frase ricca di significato: «Non ci si può dimenticare che questa donna è morta». E regge anche l’aggravante della crudeltà. Perché il killer di Vania non ebbe avuto pietà della donna che sosteneva di amare: la cosparse di benzina, le diede fuoco, la vide bruciare e se ne andò senza voltarsi indietro. Se, pentito di quel gesto assurdo, l’avesse soccorsa Vania si sarebbe salvata. Invece la donna morì il giorno seguente all’ospedale Cisanello tra indicibili sofferenze a seguito delle ustioni riportate sul 90% del corpo. Un crimine orrendo commesso da un uomo incapace di accettare la chiusura di una relazione. Quel femminicidio scosse l’Italia intera, attirando su Lucca le televisioni di tutto il Paese.

PREMEDITAZIONE

Cade invece l’ipotesi aggravante della premeditazione. I giudici della Cassazione la escludono. Il motivo? Troppo poco, stando agli Ermellini, il tempo intercorso - dall’appuntamento fissato dietro al Campo di Marte al momento della tragedia - per pianificare la mortale aggressione. E il furto notturno del cellulare, una scusa per poter rivedere la donna e fissare un incontro chiarificatore, di per sé per i giudici non può essere correlato a un piano diabolico che aveva come strumento per uccidere la benzina, poco prima prelevata da un distributore e sistemata in una tanica. Per la Suprema Corte fu il cieco furore di quei momenti a provocare in una mente debole quella feroce reazione.

PARLA L’AVVOCATO

È l’avvocato Elena Libone, legale della famiglia a ricevere la notizia che la Cassazione ha confermato la sentenza di Corte d’Appello. Sta tornando a Lucca in treno e alle 18,50 telefona ai genitori di Vania: «Quando li ho chiamati - dice il legale che in Cassazione è stata affiancata dall’avvocato Claudia Selmi - ho sentito dall’altra parte come un sospiro. Questi tre anni sono stati per tutti un vero calvario e questa sentenza conferma che l’impianto accusatorio ha retto ad ogni tentativo di attenuazione della pena e la condanna rimane la stessa dei precedenti gradi di giudizio».

La sentenza di Corte d’Appello era arrivata il 25 luglio di un anno fa e aveva accolto totalmente la sentenza con rito abbreviato pronunciata il 29 maggio del 2017 dal gup Antonia Aracri dopo che il pm Piero Capizzoto aveva chiesto l’ergastolo per il femminicida.

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