Il Tirreno

Lucca

LA LETTERA AI TIFOSI 

Del Chiaro: «Mente chi dice ai tifosi che il Comune è nemico del club»

Del Chiaro: «Mente chi dice ai tifosi che il Comune è nemico del club»

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LUCCA. È tifosa della Lucchese. Ha applaudito e incitato i giovanotti di Orrico piangendo e esultando come tanti ragazzi di oggi che incitano i giocatori in maglia rossonera. Lucia Del Chiaro, assessore con delega alle politiche sociali, respinge con forza l’idea che qualcuno ripete come un mantra che il «Comune sia nemico della Lucchese». Rivendica con forza il senso di appartenenza e la volontà di uscire dal tunnel della crisi da parte della giunta: «Ieri sera, al consiglio comunale, sono venuti i tifosi della Lucchese. - scrive la Del Chiaro - Ho deciso di mandare loro queste righe, su questo tema così lontano dalle mie deleghe però molto vicino al mio cuore. Il tifo, ancor più nelle divisioni minori, è roba folle e irrazionale, che si lega ai ricordi d’infanzia, all’esempio dei genitori (nel mio caso mia madre), al piacere di stare insieme, soffrire col nodo in gola fino alla fine per esultare al triplice fischio o piangere per la beffa degli ultimi minuti.

«Sono figlia di una donna che in edicola comprava l’Unità, Tex Willer e la Gazzetta, che conosce il calcio mercato della serie C, che ricorda ogni partita vista e la sa commentare coi vecchi seduti al gradino di sotto. Ero all’asilo quando entravamo gratis all’ultimo quarto d’ora e ero alle medie quando vidi la più bella partita della mia vita: la promozione in C1. Ricordo i colpi di testa di Mario Donatelli, sui cross di Tano Salvi, la fantasia di Roberto Paci, mi emoziona ancora incontrare in Fillungo “la ruspa” Russo, ero segretamente innamorata di “Lulù Di Stefano” e so come mai Carruezzo si chiama Eupremio, ma tutti lo chiamano “Tony”. Con mio fratello ci siamo trovati a vedere l’Arrone e la Triestina, l’Udinese e il Pisa e un giorno ho dovuto prendere un giorno di ferie in più perché mia madre si rifiutò di portarmi in aeroporto.

«Domenica non posso, c’è il derby» mi disse. E io comprai il biglietto per andare con lei. Chi mi conosce sa quanto mi abbia fatto rabbia vedere la curva presa d’assalto da gruppi violenti, esponenti striscioni dalla grafica e dai testi inequivocabilmente antidemocratici. Mi son ritrovata in gradinata insieme a molti altri tifosi che, come me, non si sentivano più a casa in quella curva. Non mi è piaciuto. Ma, come dicevo, il tifo è irrazionale, viaggia su altri canali, altre emozioni, a volte ragionevoli a volte meno. Mi garba il pallone, come si direbbe a Lucca, perché ho passato le estati in corte a tirarci calci, e anche se sono sempre rimasta scarsa mi sono sempre divertita. La Lucchese è la partita dopo pranzo dalla nonna, l’ansia di essere allo stadio quando c’è da fare la versione di latino, le sigarette scroccate al mi’ fratello, che si incazza per un’azione mentre io sono distratta a ascoltare i discorsi di quello accanto. La Lucchese è la pubblicità della Superal all’inizio della partita. La Lucchese è incontrare gli amici che vedi solo allo stadio e vederli prima crescere e poi invecchiare proprio come te.

«Capisco questa amarezza e questa rabbia. Sono anche mie. E capisco, ma non condivido, la ricerca di un capro espiatorio, di una spiegazione. Non è nell’amministrazione che la troverete. Io so che questo sindaco ha bussato, ricevuto, accolto, studiato. Lo so perché gliel’ho visto fare. Forse non l’ha raccontato abbastanza, forse non l’abbiamo raccontato abbastanza. Ma in Comune non ci sono i nemici della Lucchese. Nessuno ha goduto, o gode, di questa situazione. Chi ve lo fa credere mente ». —

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