Il Tirreno

Lucca

Possenti e quel primo bacio al cinema trasformato in un dipinto da sogno

flavia piccinni
Possenti e quel primo bacio al cinema trasformato in un dipinto da sogno

Tra poco saranno passati tre anni dalla scomparsa del grande pittore, che però rimane vivo attraverso le sue opere Ecco un aneddoto sulla sua vita, che ci riporta agli anni in cui maschi e femmine camminavano su lati opposti del Fillungo

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il personaggio

flavia piccinni

Antonio Possenti aveva degli occhi grandi, chiarissimi, e una barba bianca che gli incorniciava il volto. Aveva uno straordinario e invidiato talento, che ne ha fatto il più stimato pittore lucchese. Possedeva una dote incredibile: la capacità di comprendere con uno sguardo sempre personale la realtà, e subito dopo di trasformarla in poesia attraverso il pennello. Aveva anche un’aria enigmatica, che stava tutta raccolta dietro le camicie chiare che portava sempre con delle incredibili bretelle; e poi i suoi cappelli: chi non li ricorda? E, ancora, chi non rammenta mentre passeggiava lentamente per via Fillungo, da solo o con l’elegante bastone, e i più si fermavano a salutarlo con reverenza e sussurravano: «A presto, maestro»?

Di quelli che si fermavano, ne conosceva ben pochi; eppure lui era cordiale sempre, con quella modestia molto lucchese, e molto apprezzabile, che è stata raccontata a più riprese dai suoi estimatori – adesso attraverso gli scritti di Giovanni Faccenda ora attraverso il libro-intervista firmato da Mario Rocchi o da Maurizio Vanni; finanche al piccolo schermo, dove è approdato con il documentario “Storie di Altromare” diretto da Lorenzo Garzella. Negli anni – come la maggior parte dei luchesi - ho incontrato molte volte Antonio Possenti nel suo straordinario studio che affacciava su Piazza Anfiteatro, dove si poteva trovare di tutto: c’erano centinaia di tele, stanze zeppe di pitture e altre, ancora, con soli campanacci o solo chiavi antiche.

Indelebile più di ogni altra cosa fu la prima volta che lo incontrai, oltre dieci anni fa. Mi raccontò di una storia incredibile avvenuta esattamente sessant’anni prima (che adesso sono settanta) in un giorno in cui indossava la sua giacca rivoltata preferita, che era stata del fratello maggiore. Portava anche, quel giorno, la camicia azzurra, un paio di pantaloni alla zuava, le scarpe di cencio. E lei, Eleonora – perché c’è sempre una lei - una camicetta bianca, una gonna lunga blu, i calzini e le scarpe nere, di pelle. «Non era bella – mi spiegò -, ma aveva un sorriso gentile e gli occhi grigi, che assomigliavano al cielo prima di una tempesta. Portava un paio di occhiali tondi, neri, e li sfiorava continuamente». Quel giorno, Possenti era in una Piazza Napoleone che brulicava di gente: si festeggiavano dieci anni dalla canonizzazione di Santa Gemma Galgani, operata da Papa Pio XII nel 1940. «Lucca – mi disse - era in festa ed erano arrivate famiglie, giovani e molte ragazze da tutta la Toscana. Io ero studente al ginnasio e con un mio compagno di classe eravamo andati ad assistere alla festa. In realtà, speravamo di incontrare qualche fanciulla perché, allora, era molto difficile avere rapporti con il sesso femminile». Allora, erano gli anni Cinquanta e Lucca aveva la geografia perfetta della cittadina di provincia, con le mura pronte a delimitare il “dentro” dal “fuori”, con le lezioni a scuola dove le compagne di classe assomigliavano a delle creature irraggiungibili e allo stesso tempo minacciose, con i pomeriggi passati a studiare le declinazioni al liceo classico, a correre in bicicletta per i vicoli della città e a cercare di fare conquiste. Ma le conquiste apparivano impossibili, e bastava anche solo uno sguardo per iniziare a sognare. «Le occasioni - ricordava Possenti - erano rare. La più comune era il sabato pomeriggio, durante le passeggiate in Fillungo, mentre i genitori da lontano controllavano che non succedesse niente di inopportuno. I maschi camminavano sulla destra e le ragazze sulla sinistra, gli occhi si incrociavano di rado e i sorrisi erano una rarità, ma bastava poco, un niente, come avvicinare il blu al giallo, per far nascere una sfumatura brillante e unica, indimenticabile». Ricordo che allora pensai che forse era da questa capacità di creare cortocircuiti di colori ed emozioni che era nata quella straordinaria capacità di coniugare la favola e il quotidiano. «C’era una giovane che mi piacque, e speravo che mi notasse. Quando lei si voltò verso di me, le sorrisi. Lei ricambiò. Capii che la mia corte poteva essere accettata e così, impacciati, Francesco e io ci avvicinammo. Sapevamo che era un’occasione da non perdere». I due sapevano, o forse speravano e basta, che sarebbe successo qualcosa, ma erano anche preoccupati perché sarebbe dovuto toccare a loro, proprio come avevano imparato dai racconti degli amici più grandi, fare la prima mossa. «Quando ci spiegarono che venivano da Castelnuovo Garfagnana, Francesco ebbe un’intuizione e allora le invitammo a vedere un film. Eravamo convinti che non accettassero, e invece…». E invece Possenti si ritrovò al cinema con la ragazza e d’un tratto l’inaspettato si concretizzò: «Lei si voltò verso di me e mi baciò. Io ero completamente impreparato e mi lasciai sfiorare da lei, che sembrava così esperta. Fu una sensazione bellissima, perché per molti mesi avevo fantasticato sul mio primo bacio».

Ricordo ancora che subito dopo scoppiò a ridere, e che poi si alzò per andare da qualche parte nel suo studio babilonia; vi riemerse dopo qualche minuto con un quadro in mano, che mi disse di non aver fatto vedere a nessuno. Era un piccolo pezzo di legno, che ritraeva una ragazza con dei lunghi capelli scuri, un paio di occhiali tondi e il sorriso gentile con al collo una fascia azzurra, una scritta dorata, che recitava Viva Maria. Me lo volle regalare, scrivendovi sotto delle parole gentili per il mio futuro. Il quadro lo conservo nello studio, e ogni tanto mi sorprendo ancora a guardarlo. Soprattutto quando penso che, fra poche settimane, saranno trascorsi tre anni dalla sua scomparsa. Eppure ci sono alcune persone, e sono gli artisti, che non muoiono mai. E Possenti mi piace ricordarlo mentre, seduto sulla zampa di un elefante indiano che aveva portato da non so quale sperduto villaggio al confine con il Pakistan, stava pensieroso e luminoso. In quel momento appariva come il soggetto più ricorrente dei suoi quadri: un uomo dalla barba lunga e dagli occhi grandi, espressivi. Un uomo complesso e geniale, che dietro quel sorriso enigmatico nascondeva un mondo.



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