Il Tirreno

Lucca

LA LUCCHESE FALLISCE E IL CALCIO BUONO PERDE

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Ho parlato molto di calcio con i miei colleghi questa settimana.

Ne ho parlato più del solito, oltre le quotidiane dialettiche di redazione, seppure, a dire il vero, il calcio non sia il mio interesse personale prevalente.

Ma le vicende di cui ci ha offerto spettacolo la squadra di casa, la Lucchese, non possono passare inosservate, non ne puoi parlare “per lavoro” senza che ti inducano a una riflessione. Semplice e brutale: il calcio cos’è? Cos’è diventato?

Nei ricordi di tanto tempo fa, il calcio erano le discussioni accese tra gli adulti che poi finivano a pacche sulle spalle, erano i grandi giocatori che rappresentavano un esempio, era il tifo vibrante alle partite la domenica, anche in tv, era il senso di tutti insieme, la squadra, un modello nello sport che si poteva trasportare nel lavoro, nella vita di tutti i giorni. Ricordo fanciullesco, è vero. Romantico, senza dubbio. Anche perché io stessa ero coinvolta: giocavo perfino a Subbuteo.

Da grande il calcio l’ho visto con occhi diversi. Non da esperta che non sono, ma da osservatrice, che cerca di guardare oltre le cose, di scrutare nelle pieghe, che cerca di cogliere i segnali, di capire. E tanto romanticismo, è ovvio, è sfumato.

Lo spettacolo che ci fornisce oggi la gloriosa Pantera, però, non solo ha perso il romanticismo: è diventato non edificante.

Tre fallimenti in undici anni è una bella media. E fosse per disgrazie, o per buone volontà non andate a buon fine. No, in questa stagione dietro le sorti di un gruppo di giocatori che ce l’hanno messa tutta per non retrocedere – e ce l’hanno fatta – e dietro una città che la sua squadra la segue, la sente parte della sua identità, ci sono rincorse e sgomitate, accordi presi e poco dopo disattesi: sembra la politica, invece che il calcio. Ci sono interessi privati che prevalgono sulla funzione pubblica che lo sport deve sacrosantamente avere. Peccato: è così che il calcio perde.

A fare da contraltare a questo senso di smarrimento, in questi giorni però, per fortuna, abbiamo un “pensiero rifugio”. La Nazionale femminile di calcio dell’Italia, non solo sta vincendo, ma fornisce – dal punto di vista del modello organizzativo – uno spettacolo ben diverso, chiaro e pulito. Sarà un caso che è un mondo complessivamente più femminile. Sarà sicuramente un caso.

Mi ha colpito la riflessione che abbiamo pubblicato, in questi giorni, di don Franco Cerri, parroco di Lunata. È una mente brillante e spesso ci offre belle riflessioni, questa volta sul calcio e sul ruolo delle donne. Ha detto che le giocatrici «hanno qualcosa da insegnare al calcio maschile. Forse ci vorrà qualche gol in più e meglio ancora se le nostre giocatrici diventassero campionesse del mondo. Sono convinto che risolverebbero facilmente tante cose a favore della donna, anche oltre i campi di calcio. A volte lo sport fa strani scherzi». È vero, degli “strani scherzi” cogliamo il positivo: basta fermarsi, riflettere, ripulire, rifondare. —



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