Sicurezza
Parte dal fallimento di «Italia Digital» la maxi frode dei prodotti informatici
La Finanza, indagando sulla società di Salicchi, ha scoperto una truffa internazionale con evasione di Iva per 83,5 milioni
Parte dal crac di «Italia Digital», la società con sede legale a Salicchi e negozio in via di Tiglio all’Arancio che vendeva on line prodotti hi-tech, la maxi inchiesta delle fiamme gialle sviluppatasi sull’intero territorio nazionale e su paesi esteri (Slovenia in primis, ma anche Malta, Croazia ed Estonia) che ha portato all’emissione di un sequestro preventivo emesso dal gip del tribunale di Napoli per la somma complessiva di oltre 83 milioni di euro di mancati versamenti Iva legati alla frode perpetrata nella commercializzazione di computer, telefonini, tablet, consolle, smartphone e televisori. Un’attività internazionale espletata tramite il coordinamento di Eurojust che ha portato alla luce un colossale raggiro che vede indagate per reati tributari 49 persone, quasi tutte residenti in Campania (ci sono professionisti, ma anche clochard che fungevano da prestanome), accusate da vario titolo di emissioni di fatture per operazioni inesistenti, omessa dichiarazione, distruzione e occultamento di documenti contabili e bancarotta fraudolenta.
IL CASO ITALIA DIGITAL
Il caso «Italia Digital» era stato reso pubblico da Il Tirreno nella settimana antecedente al Natale 2014. Decine e decine di persone avevano telefonato e inviato mail al nostro quotidiano dopo aver acquistato e pagato in rete prodotti elettronici e tecnologici senza, nonostante ripetuti solleciti, ricevere alcun pacco con all’interno quanto acquistato. Della vicenda si era interessata anche la Rai (un servizio andò in onda su Uno Mattina con intervista a uno degli amministratori di un gruppo Fb collante delle vittime del raggiro) e la Finanza, sotto l’egida della procura, intervenne con celerità scoprendo che la società aveva incamerato bonifici dai circa 800 clienti di ogni regione italiana per una somma superiore ai 760mila euro. Gli inquirenti avevano accertato che i conti aziendali erano stati prosciugati e che la coppia che dirigeva la società - Gianfranco Ciampi e Daniela Simonetti - aveva comprato attraverso un preliminare d’acquisto un immobile a San Concordio del valore di 210 mila euro. Di lì a poco il crac di «Italia Digital», l’accusa di bancarotta documentale e patrimoniale e la condanna per i coniugi.
INDAGINE CERTOSINA
Proprio in relazione al crac, la Compagnia della Guardia di Finanza, diretta dal capitano Antonio Manselli, con pazienza certosina ha ricostruito la posizione dei clienti e dei fornitori. I finanzieri hanno scoperto che Ciampi aveva un canale di rifornimento dei prodotti hi-tech: la «21 Soluzioni srl» con sede legale a Trento, ma gestita da un’organizzazione campana. Al vertice c’era come amministratore Bruno Improta, 53 anni, nulla tenente che raccoglie metallo. Ma la società a lui intestata nel 2015 aveva evaso 1,75 milioni di Iva. La merce passava anche attraverso altre società che avevano un’unica caratteristica: operavano on line e senza sedi effettive.
TRUFFA CAROSELLO
Un sistema - quello delle frodi carosello - collaudato soprattutto nella compravendita di autovetture provenienti da altri Paesi dell’Unione. Lo schema è molto simile. I prodotti di alta tecnologia arrivavano in Italia da società della Slovenia (i cosiddetti «conduit company») che eseguono forniture intracomunitarie di pc, tv, cellulari, ecc a una società fittizia, la cosiddetta «missing trader» con sede in Italia (Campania, ma non solo) che acquista la merce senza pagare l’Iva e poi effettua la fornitura ad una terza società «interponente». La «missing trader» o «società cartiera» - che altro non è che una società fittizia - incassa l’Iva sulla vendita dei beni al società «interponente» non versa l’importo e di lì a poco chiude i battenti e fallisce. Mentre la terza società, quella «interponente» chiede il rimborso Iva sugli acquisti effettuati dalla società fittizia e che di lì a poco fallirà. —
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