Sicurezza
Una folla per acclamare Dante e Davide, 80 anni dopo
Gremito l’auditorium della Fondazione Bml dove è stato proiettato il docufilm sulla storia dei due lucchesi internati nei campi di lavoro lo stesso giorno
Gremita come non si era mai vista la sala dell’auditorium della Fondazione Banca del Monte per la presentazione del docufilm sull’incredibile storia dei due lucchesi, Dante Unti 99 anni di Porcari e Davide Massei 97 anni di Lucca entrambi internati lo stesso giorno e dallo stesso luogo in due diversi campi di concentramento, che solo ottanta anni dopo si sono conosciuti e abbracciati, rievocando le loro tragiche vicende della guerra. Una storia talmente sensazionale e toccante che alla presentazione del docufilm hanno assistito oltre duecento persone, molte in piedi, sedute anche per terra e nei corridoi dell’auditorium. Mentre hanno voluto portare un commosso saluto il presidente della Provincia Luca Menesini, il sindaco di Porcari Leonardo Fornaciari e il presidente del consiglio comunale di Lucca, Francesco Battistini, a ricordare il periodo in cui Massei e Unti furono fatti prigionieri e a spiegare le atrocità dei campi nazisti è stato il professor Nicola Barbato, dell’Istituto Storico della Resistenza. Barbato ha inquadrato il periodo del settembre 1943, dopo l’Armistizio, quando in Yugoslavia i soldati italiani che non vollero firmare la loro fedeltà alla Repubblica sociale furono rastrellati, se non trucidati, e caricati su treni che li portavano nei campi di lavoro o di sterminio. È quello che accadde a Unti e Massei, il primo di Rughi e il secondo di Piaggione, che hanno potuto conoscersi e abbracciarsi oltre ottanta anni dopo la loro odissea grazie all’articolo del Tirreno sulla storia di Massei, reso possibile dalla documentazione mostrata da Virginio Monti, membro dell’Anpi, nei festeggiamenti del 25 aprile 2018 a Bagni di Lucca.
Il docufilm ha la regia di Roberto Carli e nasce dall'idea e dalla volontà di Roberta Massei, figlia di Davide, che ha voluto lasciare soprattutto ai giovani la memoria delle tragiche vicende del nazifascismo. Protagonisti di oltre mille ore di lavoro per il montaggio e le riprese, fatte anche in esterno, ma con mezzi artigianali, sono i due scampati e le loro famiglie, in particolare le nipoti degli internati che hanno reso possibile l’incontro tra Unti e Massei. Due lucchesi, entrambi venuti dalla campagna, entrambi partiti militari nello stesso periodo, entrambi finiti in Yugoslavia, catturati dopo l'armistizio del 1943 e caricati nella stessa città, Dubrovinick, e fatti salire sul medesimo treno che li avrebbe portati ai campi di prigionia: Buchewald per Massei e Stablack per Unti.
L’attento pubblico ha seguito con crescente commozione il racconto del film, aperto dalla scena della nipote di Massei, Giada Puccetti, che mostra al nonno l’articolo del Tirreno che racconta la sua storia. Un articolo letto anche dal figlio e dalla nipote di Unti (noto come “Il sarto di Rughi” grazie al libro scritto su di lui da Virginio Bertini), Silvia Unti. È lei che decide, spinta anche dal padre, a mettersi subito alla ricerca del compagno di sventure del nonno, con una storia così simile a quella del sarto. Silvia va al Piaggione, trova la casa di Massei, viene accolta da Giada, ed immediatamente nasce la volontà di fare incontrare i due scampati. Cosa che avviene di lì a poco. Toccanti sono le scene degli abbracci tra Unti e Massei, ma più ancora le loro rievocazioni delle vicende passate in prigionia, raccontate con una voce forte e nitida, a dispetto dell’età. Hanno toccato tutti nel profondo le storie di quei due ragazzi che dissero no al nazifascismo, pagando la loro scelta a rischio della vita e la fatica nelle giornate di lavoro al gelo, gli stenti, la fame, la fuga sotto i bombardamenti che falcidiavano soldati, civili e fuggiaschi tutto intorno a loro. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
