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Stalking al datore di lavoro, ex dipendente a processo

Stalking al datore di lavoro, ex dipendente a processo

Per quasi due anni l’imputato ha scritto frasi ingiuriose sui muri vicino all’azienda. Minacciato anche il figlio dell’imprenditore: «Esci fuori che ti ammazzo»

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LUCCA. «Paga i debiti». «Ladro». «Fallito». Frasi offensive e infamanti accompagnate dal suo cognome scritto a caratteri cubitali. Per due anni un imprenditore lucchese di 59 anni si è trovato questi messaggi davanti agli occhi. Scritti sui muri, sui guard rail e sui cartelli con le bombolette spray. Giorno e notte, quando andava a casa o rientrava al lavoro. Persino quando si fermava al bar per prendere un caffè. Un ex dipendente, un 56enne originario di Avellino ma residente a San Giuliano Terme, aveva deciso di rendergli la vita un inferno. Motivo? Il suo ex datore di lavoro gli doveva 8mila euro. Peccato che la ditta fosse fallita e l’imprenditore non fosse al momento in grado di pagare i creditori. . Così sono iniziati i mesi di inferno del 59enne e della sua famiglia, con scritte che comparivano ovunque lungo le strade percorse quotidianamente. E l’ex dipendente non si limitava a improvvisarsi writer. A suo carico ci sono anche minacce dirette al figlio trentenne dell’imprenditore. Il 1 luglio 2016 il 56enne si presenta nel piazzale della sua ex ditta e comincia a inveire contro il ragazzo: «Vieni fuori che ti ammazzo. Di’ a tuo padre di pagare o qui finisce male”. L’imprenditore, temendo per sé e per i suoi familiari, si decide a presentare denuncia per stalking alle forze dell’ordine. Ma anche l’iter giudiziario si dimostra travagliato. Per la procura non ci sono gli estremi per procedere anche perché le scritte sono state cancellate. Così a maggio del 2017 il pubblico ministero chiede l’archiviazione. A cui si oppone il legale della parte offesa, l’avvocato Francesco Guastapaglia. A decidere quindi è il giudice dell’udienza preliminare Giuseppe Pezzuti: il magistrato valuta come gli elementi probatori portati dall’ex datore di lavoro dell’indagato siano tali da far sussistere l’ipotesi di reato di atti persecutori. Alcune scritte sarebbero ancora visibili sulla strada che porta alla nuova azienda dell’imprenditore o in quella dove risiede. E comunque sarebbero state documentate con fotografie agli atti del procedimento. A cancellare e rimuovere la maggior parte di quegli imbrattamenti sarebbe stata la stessa persona offesa. Le scritte con lo spray, stando al perito grafologo, sono da attribuire senza ombra di dubbio all’ex dipendente. Il gup quindi decide di rinviare gli atti al pubblico ministero affinché formuli il capo d’imputazione. Alla fine dell’iter l’ex dipendente viene mandato a giudizio.

Ieri mattina la vicenda è approdata nell’aula del tribunale di via Galli Tassi per l’apertura della fase dibattimentale. In avvio dell’udienza si sono costituite le parti civili, quattro in tutto: due difese dall’avvocato Francesco Guastapaglia e due dall’avvocato Carlo Di Bugno. Il procedimento si aggiornerà il 19 luglio davanti al giudice Nadia Genovese: l’imputato dovrà rispondere del reato di stalking. È difeso dall’avvocato Massimo Panzani. —

G.P.

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