Il Tirreno

Lucca

Obbedio e la promessa mantenuta «Un miracolo sportivo senza uguali»

Luca Tronchetti
Obbedio e la promessa mantenuta «Un miracolo sportivo senza uguali»

Il ds tre mesi fa poteva andare a Monopoli: «Non sono come Schettino, non abbandono la nave e i miei uomini»

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Camminare a testa alta. Un concetto che sin da bimbo è stato il marchio di fabbrica di casa Obbedio. E con questi principi il direttore sportivo della Lucchese più amato degli anni Duemila è andato avanti per 6 mesi. Con il cappello in mano a cercare sostentamento quotidiano per potersi presentare in campo la domenica e sfidare squadre più o meno titolate, ma con calciatori e staff che almeno uno stipendio lo portavano a casa. Ci ha sempre messo la faccia, Antonio Obbedio, origini foggiane, educazione bergamasca. Se n’era andato a Viterbo mettendo in guardia i tanti sognatori di fede rossonera stregati dal tandem Grassini-Lucchesi. Inutilmente. Poi, fortuna ha voluto, che pochi mesi dopo le strade dell’ex mediano degli anni Novanta e quelle della Lucchese si sono incontrate di nuovo. Dal comandante, Piero Camilli, all’enigmatico Arnaldo Moriconi. Rinunciando a due anni di contratto. Perché prima dei soldi, in casa Obbedio, viene la dignità. Quella non ha prezzo. E i modi spicci dell’imprenditore di Grotte di Castro non facevano al caso suo. Così eccolo di nuovo nella Lucchese dopo aver vinto la concorrenza con gente dai nobili trascorsi (Galante, Materazzi, Gibellini), ma forse non in grado di comprendere appieno il mondo rossonero. Budget limitato, giocatori su cui scommettere, fossero under 20 o calciatori sottovalutati e in cerca di rilancio. Tutto bene sino a fine dicembre 2018. Poi la cessione al gruppo romano farlocco, il black out con i pagamenti, il rischio di chiudere la stagione in anticipo. A questo e a molto altro ancora avrà pensato la notte antecedente la sfida di Bisceglie, Antonio Obbedio, che ha ricevuto per i suoi 50 anni il regalo più bello con 7 giorni d’anticipo (è nato il 17 giugno): la salvezza della Lucchese. C’è commozione vera nelle sue parole: «Il finale di questa storia poteva essere scritto da un maestro del brivido come Alfred Hitchock. Con i rigori che racchiudono la nostra stagione. Iniziata e finita dal dischetto. Una roulette russa che ci ha premiato. Che ha premiato questi ragazzi magnifici, questi collaboratori impagabili, questi tifosi impareggiabili». Sì, c’è stato un attimo in cui anche la fede incrollabile di Obbedio è venuta meno: «Quando Sorrentino ha sbagliato il quinto rigore. Lì ho avuto un momento di smarrimento. Il mondo mi stava per crollare addosso. Ero in panchina, seduto accanto a Langella, e ho guardato un attimo il cielo e quei 300 tifosi venuti per noi su bus di fortuna sciroppandosi un migliaio di chilometri. Mi sono detto che non poteva finire così. La parata di Falcone ha rianimato il mio cuore che stava cessando di battere. A quel punto ho capito che ce l’avremmo fatta. E quando Longo ha calciato alle stelle sono scoppiato in un pianto liberatorio». Una persona di parola Obbedio. Lo aveva ripetuto come un mantra in sala stampa: «Questa squadra si salverà sul campo». Così è stato. « Tra marzo e aprile avevo avuto un contatto importante con il Monopoli. Mi volevano come direttore sportivo. Subito, senza attendere la fine della stagione. Cosa dovevo fare? Avevo dato la mia parola a questi ragazzi che non si sono mai tirati indietro. Se dicevo di sì mi piazzavo e portavo a casa il pane per la mia famiglia. Ma avrei tradito le persone che credevano in me. Non sarò mai Schettino. Non lascio la nave e fuggo sulla scialuppa. Se devo affondare lo faccio con i miei uomini. A Monopoli è andato Cerri. Pazienza, resto convinto di aver fatto la scelta giusta».

E adesso cosa accadrà? «Noi il miracolo l’abbiamo compiuto nonostante un sopruso pilotato. Lancio un ultimo appello: se qualcuno ha una coscienza ora ha l’occasione per redimersi. Perché questa splendida impresa non resti un romanzo incompiuto serve che qualche persona di buona volontà, di Lucca o di altre zone, strappi la società dalle mani delle persone che l’hanno ridotta in questo stato. In questi mesi i nostri sacrifici sono stati descritti benissimo dai media locali e nazionali. Siamo stati un esempio di moralità per il calcio italiano. Spero che qualcuno se lo ricordi perché quello che ci è capitato non accada a nessun altro club da oggi in poi». Il suo cellulare squilla in continuazione. Oltre duecento gli sms di ex compagni di squadra, dirigenti, amici. A Bisceglie in tribuna c’erano Giovanni Lopez, tecnico innamorato di Lucca e della Lucchese, e Salvatore Sullo, secondo di Ventura in azzurro e compagno di squadra a Messina. Hanno portato fortuna. «La retrocessione da calciatore nel 1999 non mi era andata giù. Volevo fare qualcosa di importante per sdebitarmi con questa gente. A Bisceglie ho vissuto il momento più esaltante della mia carriera che fa il pari con la promozione in B del Messina. Io ho terminato il mio lavoro: ma con una società fatta da persone serie e affidabili firmerei a vita». —

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di Redazione web