Sicurezza
Un esercito di poveri invisibili: sono almeno 5.000
Nel 2018 i centri d’ascolto hanno aiutato 1.653 persone «Ma sono almeno il triplo quelle che avrebbero bisogno»
Non dormono per strada, si vestono dignitosamente e abitano vicino a noi. Mai immagineremmo che non hanno soldi per comprare carne e verdura, né per pagare le bollette o per curare se stessi e i propri figli. Ma sono tanti. Sempre di più. Una schiera di poveri invisibili che restano sempre più emarginati e soli perché, spesso per vergogna o per ignoranza, non chiedono aiuto a nessuno.
È una fotografia allarmante quella che emerge dal Rapporto annuale della Caritas sulle povertà e sulle risorse della diocesi, presentato mercoledì dalla direttrice Donatella Turri insieme con l'arcivescovo monsignor Paolo Giulietti, la sociologa Elisa Matutini e il diacono Alessandro Toccafondi.
Di quella schiera invisibile 1.653 persone e nuclei familiari si sono rivolti nel 2018 alla trentina di Centri di ascolto della Caritas e della Croce Verde. Oltre cinquanta in meno del 2017, ma in realtà – sottolinea Matutini – ne avrebbero bisogno circa cinquemila, cioè tre volte tanto. Da qui l'invito di Donatella Turri: «La Caritas è aperta, senza problemi. Vorremmo intercettare il disagio ai primi segnali, prima che sia troppo tardi per intervenire: per questo chi è in difficoltà non deve chiedere aiuto quando è alla canna del gas». Un invito arriva anche dall'arcivescovo: «È un fenomeno che ci riguarda tutti perché i poveri sono i nostri vicini di casa. Per questo serve il coinvolgimento della comunità, un'alleanza contro la povertà».
Il Rapporto, non a caso intitolato “Invisibili evidenze”, fornisce un punto di vista, un'analisi approfondita – dati e percentuali ma anche storie – su quei 1.653 che, rivolgendosi ai Centri di ascolto, sono riusciti a fare il primo passo. In maggioranza si tratta di adulti in età lavorativa: il 41,13% ha meno di 44 anni, il 67,75% meno di 54. Gli over 65 costituiscono l'11,56% e quasi sempre sono di nazionalità italiana. Le maggiori richieste arrivano da contesti familiari composti da coppie con figli piccoli, due o più, oppure da famiglie monogenitoriali: questo vale sia per gli italiani che per gli stranieri. A proposito di questi ultimi: sono 927, più giovani degli italiani (il 26,85% ha meno di 34 anni contro il 9,23%) e in maggioranza – il 74,21% - tra i 25 e i 54. «In molti casi – spiega la sociologa - risiedono nei territori della diocesi da molto tempo: quasi uno su due da almeno dieci anni e per loro la situazione lavorativa costituisce una delle criticità fondamentali».
Ma la mancanza di lavoro è la madre di tutte le criticità: il 64,73% di chi si rivolge ai Centri di ascolto si definisce disoccupato, con una maggiore sofferenza lavorativa per le donne e gli stranieri; il 10% ha un impiego che non basta a far fronte alle esigenze primarie dei familiari, mentre circa il 5% ha una pensione e il 15% ha un reddito percepito regolarmente. Sui minori il Rapporto lancia un allarme, ricordando come il rischio di povertà aumenti con l'aumentare della numerosità del nucleo familiare.
«La povertà sulle spalle dei bambini è particolarmente grave – si legge nel documento – perché si traduce quasi sempre in mancanza di opportunità. Di fatto viene negato il diritto a un'alimentazione sana, ad un'istruzione adeguata e, in alcuni casi, anche alle cure mediche adeguate. Tutto questo spesso è accompagnato da meccanismi di isolamento sociale e si trasforma in una maggiore esposizione a dinamiche di povertà ed esclusione sociale nella vita adulta». Prova ne è il legame ancora molto forte, un circolo vizioso, tra povertà educativa e condizioni di svantaggio socio-economico riscontrato nel Rapporto. La formazione di chi si rivolge ai Centri di ascolto è infatti tendenzialmente bassa, soprattutto tra gli italiani: uno su due ha al massimo la licenza media inferiore. —
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