Sicurezza
Quattro giovani nei guai per procurato aborto
Sono accusati di aver rapito e violentato una coetanea, ma il padre e lo zio della ragazza finiscono indagati per calunnia
Una vicenda che coinvolge l’intera comunità cingalese e che vede da una parte il padre e lo zio di una ragazza di vent’anni finire davanti al giudice dell’udienza preliminare per calunnia avendo accusato, pur sapendoli innocenti, quattro connazionali amici della figlia di età compresa tra 20 e 30 anni e dall’altra gli stessi srilankesi, tutti giovani inseriti in Lucchesia e dipendenti di ristoranti e locali pubblici, accusati di procurato aborto per aver somministrato alla ragazza una pillola capace di interrompere una gravidanza non voluta. Una storia ancora tutta da chiarire che si concluderà il 17 settembre - con due sentenze in abbreviato condizionato all’audizione di alcuni testimoni - davanti al gup Alessandro Trinci che ha concesso circa tre mesi di tempo ai difensori per leggersi le trascrizioni in italiano delle deposizioni in lingua straniera degli indagati.
LE CONTESTAZIONI
Il 10 marzo una badante cingalese di circa 20 anni scompare dalla sua abitazione di Lucca dove vive con il padre che lavora in una pizzeria. L’uomo, attraverso il suo legale, lancia una serie di appelli. Teme per la vita della figlia. Che dieci giorni dopo ricompare. E racconta al padre e allo zio di essere stata rapita, condotta in diverse case e stuprata a turno e a ripetizione da quattro connazionali che l’avrebbero messa incinta. Una vicenda che fa accapponare la pelle. I carabinieri di Borgo Giannotti, anche attraverso la descrizione fornita dalla ragazza, individuano ben presto gli autori. Emergono subito discrepanze tra il racconto della giovane e quanto riferiscono i connazionali. Tanti gli elementi che non collimano. E alla fine la denunciante, attraverso l’aiuto di un’assistente sociale, crolla e confessa. Non è stata rapita dai quattro cingalesi e non ha subito violenza sessuale da loro. Era già incinta e non sapeva chi fosse il padre del bambino avendo avuto in quel periodo più di una relazione. Così si era rivolta ai quattro connazionali che conosceva chiedendo il loro aiuto per paura della reazione del padre. Non solo. Ai cingalesi aveva chiesto di aiutarli a procurarle un farmaco, già utilizzato in Sri Lanka, per poter interrompere la gravidanza. Una volta tornata a casa il padre, per salvaguardare l’onore della figlia, aveva denunciato il rapimento e lo stupro da parte dei connazionali. Tra l’altro la comunità cingalese punisce con una elevata sanzione pecuniaria chiunque metta incinta una ragazza senza poi sposarla o riconoscere il figlio.
LA DISCREPANZA
C’è un tassello che diverge in questa triste storia. È quello legato all’interruzione della gravidanza. La badante ventenne sostiene che, a sua insaputa, i quattro gli avrebbero somministrato un farmaco sostenendo che si trattava di un antidolorifico per curare la sua emicrania e che in realtà invece si trattava della pillola abortiva fatta arrivare dall’ex Ceylon. Una versione che gli indagati contestano sostenendo che la ragazza era pienamente consapevole di cosa stava facendo e non voleva tenersi il bambino. Una «sfumatura» che cambia radicalmente la pena. Si parla di una pena di 7 anni per un aborto di donna non consenziente a fronte di 3 anni per un aborto con consenso. —
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