Il Tirreno

Lucca

Il capolavoro postumo che svela il mondo di Pia Pera

flavia piccinni
Il capolavoro postumo che svela il mondo di Pia Pera

La scrittrice, morta nel 2016, è da poco arrivata in libreria con un’antologia dei racconti apparsi su “Gardenia”

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flavia piccinni

Non ho mai conosciuto Pia Pera, forse la più preziosa e talentuosa scrittrice lucchese del Novecento, eppure mi pare di aver incrociato più volte il suo sguardo e di aver sfiorato tante e tante volte il suo pensiero. L’ho fatto grazie agli splendidi libri tradotti che hanno segnato l’adolescenza di molti, e naturalmente anche la mia, come “Tre racconti” di Cechov.

L’ho fatto, soprattutto e con colpevole ritardo, grazie ai suoi romanzi, viaggi di confine fra la fantasia e la vita, che adesso si arricchiscono di un’ulteriore, raffinata, uscita: “Apprendista di felicità – Una vita in giardino” appena proposto da Ponte alle Grazie (pp. 256, € 16). Si tratta di un’antologia che mette insieme tutti i racconti firmati da Pia Pera per l’omonima rubrica, mensilmente pubblicata nella pagina finale della più importante rivista italiana di giardinaggio, Gardenia.

Frammenti di vita, incontri e pensieri collezionati in dieci anni esatti: dal 2006 al 2016, quando purtroppo Pia Pera è scomparsa a causa di una malattia degenerativa. La nascita della rubrica prendeva spunto dal suo primo libro sul giardino. E proprio l’orto divenne nel corso della vita una passione pari quasi a un’ossessione, che si declinava come affiora dalle sue parole tanto nel giardino-parco a pochi chilometri da Lucca - dove era tornata a vivere fuggendo da Milano e dove «stava sperimentando un modo nuovo di coltivare non solo l’orto, ma anche i desideri, ispirata dall’agronomo taoista Masanobu Fukuoka, teorico della “non azione” in agricoltura» - quanto nello studio raffinato e instancabile dei metodi di coltivazione e della storia delle piante. Il libro in questione era “L’orto di un perdigiorno” – la cui lettura consiglio ad appassionati di giardinaggio e non -, nel quale Pera raccontava il suo apprendistato alla natura e suggeriva non pochi elementi per emularla in un percorso insidioso, eppure decisamente affascinante. Era, e ancora oggi è, “L’orto di un perdigiorno” un inno anche al cercare se stessi, al frugare fra i pensieri e le ambizioni per tracciare un proprio profilo interiore nonostante le assordanti richieste del mondo. All’uscita il testo fu accolto da un discreto successo, e oggi pare come un punto iniziale per la poetica di Pera, declinata negli anni attraverso gli splendidi “La virtù dell’orto” e “Il giardino che vorrei”, ma anche “Contro il giardino” scritto insieme a Antonio Perazzi e soprattutto l’ultimo, uno dei libri più belli che mi sia capitato di leggere negli ultimi dieci anni: “Al giardino ancora non l’ho detto”.

Emerge nella prosa di Pia Pera – che trova la sua corrispondenza virtuale in www.ortidipace.it - un giardino che non è solo collezione di bellezze naturali, ma strumento di pazienza ed esercizio di progettualità, dolore ma anche gioia e finanche estasi, dunque palestra di vita e di cultura. Esattamente come quanto rivela questo ultimo libro, curato dalla direttrice di Gardenia Emanuela Rosa-Clot, che nota: «Quando si è deciso di raccogliere questi articoli in un volume, abbiamo visto che il libro era già bello e fatto e l’aveva organizzato proprio Pia, mese dopo mese, raccontando come in un romanzo la sua storia d’amore con il giardino, “cuore pulsante d’eternità che ha come sistole e diastole il ciclo delle stagioni”».

Storia dopo storia – brevi e intense tutte, con parole che accarezzano la perfezione – ci si trova immersi nelle colline lucchesi, e ancora sull’Orecchiella, e poi da Migliarino a Massaciuccoli; ci si trova accompagnati da due fedeli cani, dunque da amici anche un poco bizzarri. Ci si trova fra il buio e la luce: «La concretezza diurna – colori certi, netti contorni – si stempera in ombrosa vaghezza» e «Questa luce che tutto pervade, che per le piante è cibo, dona forza anche a me, la forza dell’attesa». In mezzo ci sono libri, fiori, semi. Ci sono consigli di lettura e di giardinaggio, pensieri per la vita e per il futuro. C’è, insomma, Pia Pera - figlia unica della filosofa Elvira Genzone e del fondatore con Gino Giugni del diritto del lavoro in Italia, Giuseppe Pera. La si ritrova nel suo gusto per la ricerca e la scoperta. C’è la Pera abile traduttrice che sa scegliere e soppesare ogni parola, ma anche quello sguardo disincantato e denso di meraviglia che si ritrova nei suoi romanzi affollati di generosità. A dominare ogni cosa la bellezza della natura, specchio del cuore dell'uomo. Come quando Pera nota: «Ne restano poche di viti maritate a sostegni vivi. Ne avevo viste di meravigliose anni fa (…) finché un giorno ho rallentato invano: gli alberi erano stati abbattuti, sostituiti da pali in cemento. Questa delusione, cocente, mi ha fatto capire che quanto ci rende felici di fronte a un paesaggio curato con amore e senza timore di dedicargli il tempo della vita è la gratitudine per quello sconosciuto qualcuno che si premura di comporre un quadro gentile, e in tal modo dona piacere anche all’altrettanto sconosciuto passante». —



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