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Diventa un docufilm la storia dei due sopravvissuti all’orrore

Emanuela Ambrogi
Diventa un docufilm la storia dei due sopravvissuti all’orrore

A oltre 70 anni dalla fine della guerra si incontrano grazie a un articolo del Tirreno Davide Massei e Dante Unti, lucchesi che furono deportati nei campi nazisti

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La storia drammatica del Novecento raccontata da chi l’ha vissuta. È quella raccolta in un video – da mettere a disposizione delle scuole – per raccontare le vicissitudini di due lucchesi deportati, dai nazisti, ma capaci di salvarsi da quell’orrore e che si sono ritrovati quest’anno, a oltre settant’anni dalla fine della comune prigionia.

La storia di Davide Massei, 97 anni del Piaggione, e di Dante Unti, quasi centenario, di Rughi di Porcari, è ora raccontata in un documentario che verrà presentato il 14 giugno nell’auditorium della Fondazione Banca del Monte. La serata ha il patrocinio della Provincia, dell’associazione dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Anpi. A far ritrovare i due scampati ai campi nazisti è stato l’articolo pubblicato dal Tirreno sulla vicenda di Massei, protagonista a Fornoli delle celebrazioni per la Liberazione. Articolo letto anche dal figlio di Dante Unti che, nei giorni successivi, è andato a Piaggione per conoscere Massei e per portarlo da suo padre.

Massei, 97 anni, è reduce dal campo di Buchenwald, dove era stato deportato dopo l’8 settembre del 1943, quando si era trovato a combattere contro l’ex alleato tedesco, in Montenegro. «All’arrivo – racconta – fui messo in campo di concentramento con ebrei, russi e altri. Fui spogliato dei miei pochi averi. Non ci facevano dormire all’interno della baracca perché dicevano che lì c’erano malati contagiosi. Io vedevo arrivare camion carichi di cadaveri che venivano poi portati ai forni: in lontananza erano ben visibili ciminiere fumanti. Rimasi in quel campo venti giorni, poi, con tutti gli italiani fui portato in un’altra località, in un campo di lavoro». Dopo sei mesi Massei fu trasferito in una fabbrica in cui veniva montata la bomba V1 e poi la V2. Nel 1945 il gruppo di Massei fu inquadrato e incolonnato per raggiungere Berlino: «Ci aspettava una brutta fine, perché a Berlino, saremmo stati utilizzati come scudi umani nei bombardamenti. Ma durante il viaggio riuscii a fuggire con altri tre amici e a tornare a casa dopo varie peripezie».

Unti, sarto strappato al suo lavoro dalla chiamata alla leva obbligatoria nel 1939, fu anche lui preso nei pressi di Dubrovnik dopo l’8 settembre. Fu internato nel campo di lavoro di Stablack, a Kaliningrad, ma riuscì a sopravvivere e a tornare a casa alla fine della seconda guerra mondiale. Sulla sua storia ha pubblicato un libro Virginio Bertini: “Il sarto di Rughi”.

Il “docuvideo” che sarà presentato al pubblico nasce da un’idea della figlia di Massei, Roberta, che vuole lasciare ai nipoti e alla comunità intera la testimonianza delle tragiche vicende delle deportazioni dei nazisti. La regia è di Roberto Carli. Si tratta di un mix di interviste, fotografie e momenti di ricostruzione degli eventi, con la testimonianza di due prigionieri che hanno vissuto esperienze parallele nei campi di prigionia dal settembre 1943 alla primavera 1945. —

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