Il Tirreno

Lucca

Fallisce storica azienda del pane: tutti a casa i dipendenti

Luca Tronchetti
I lavoratori davanti allo stabilimento di Panitaly in via Sandro Pertini ad Altopascio
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I lavoratori davanti allo stabilimento di Panitaly in via Sandro Pertini ad Altopascio

Lucca, dall’ottimismo della politica alla dura realtà di una recessione senza fine. Prima Toscopan, poi Toscana Pane: un crac dopo l’altro sino alla chiusura totale

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LUCCA. Da 117 posti di lavoro alla chiusura totale dell’attività in meno di dieci anni. Vero che non di solo pane vive l’uomo, ma pensare che - nonostante le assicurazioni della politica a vari livelli e con vari schieramenti - un’azienda che nel 2008 fatturava 18 milioni annui oggi dopo due passaggi di proprietà dopo concordati preventivi, aste fallimentari, affitti di rami d’azienda, sono rimasti soltanto i capannoni in via Sandro Pertini con i proprietari che vogliono rientrare legittimamente in possesso dei beni immobili per poterli ricollocare sul mercato.

EUFORIA SVANITA

Quando la new company «Panitaly», gestita al 100% dalla Gaestrum di Roberto Poggiali nell’orbita del gruppo Colzi di Prato, aveva rilevato dal fallimento la «Toscana Pane» i politici locali avevano fatto a gara per prendersi il merito di aver risolto il problema occupazionale. Era l’aprile 2018. Esattamente 13 mesi fa. Per giugno 2018 era atteso un piano industriale di rilancio dopo un accordo, sancito anche dai sindacati, che prevedeva dei 54 lavoratori rimasti l’assunzione di 31 dipendenti in Panitaly. Invece ogni mese l’azienda ha sceso uno scalino. Da luglio stipendi in ritardo, da dicembre in poi i soldi hanno smesso di arrivare del tutto. E le linee di produzione da mesi sono rimaste ferme. Alcuni lavoratori se ne sono andati trovando impiego altrove, altri (una ventina) la cassa integrazione è stata la logica conseguenza. Una cassa integrazione da crisi e non da ristrutturazione (pare mancasse la documentazione necessaria). Un destino segnato con il fallimento della Panitaly iscritto nel registro delle imprese di Prato il 22 maggio scorso. La crisi di Panitaly (tutte le quote sono state rilevate da Salvatore Pattada) è la cartina di tornasole della crisi del Gruppo Colzi che naviga in acque agitatissime.

L’ORIGINE

In principio fu Toscopan con oltre 50 anni di storia. Tra le più importanti aziende del distretto del pane e tra i gruppi leader sul mercato nazionale ed estero. Una crisi iniziata nel 2008 e che nel 2010 portò ad un’operazione industriale assolutamente unica in Italia nel settore della panificazione industriale. La Toscopan divenne Toscana Pane srl, una nuova società formata da due soci al 50%: la Molino Roberto Rossi spa di Ripafratta e la Molino San Pietro a Vico srl. Due mulini, concorrenti sul mercato, che si allearono per rilevare una società che produce pane e che da quel momento utilizzerà solo farine provenienti dai due stabilimenti. Obiettivo: arrivare a 13 milioni di fatturato e inondare del pane made in Altopascio con il 60% dell’intero fatturato rivolto all’Europa: Germania, Francia, Olanda, Regno Unito. Senza dimenticare Australia e Nuova Zelanda. I posti lavoro? Dai 117 si arriva a 108 di cui 50 in cassa integrazione. La nuova gestione prevede 43 dipendenti e altri 15 impiegati a tempo determinato. Sette anni dopo quel concordato preventivo si trasforma in un crac milionario. Toscana Pane ha un passivo di 8,7 milioni con un attivo di 1,8 e una perdita di esercizio al 31 ottobre 2017 di 784mila euro. Dal 1 gennaio 2017 l’IPT San Miniato rileva il ramo d’azienda. Ma i 54 dipendenti non ricevono gli stipendi.

LA FINE

Toscana Pane fallisce e va all’asta. Per 605mila euro la rileva la new company Panitaly ad aprile 2018. La curatela e il giudice delegato ottengono le necessarie garanzie a livello occupazionale. Nella nuova «newco» saranno impiegati 31 dei 54 lavoratori che passano a Panitaly. Ma le buone intenzioni non fanno farina. —
 

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