Due avvocati nei guai per circonvenzione d’incapace e truffa
Con la madre e le sorelle di una donna con disturbi psichici sono accusati di un raggiro di un centinaio di migliaia di euro
SILLANO. Da una parte i professionisti, accusati di aver violato il «patto di quota lite» pretendendo di percepire quale compenso parte del risarcimento di una sentenza civile, dall’altra i parenti più stretti, finiti sotto processo per aver preteso 150mila euro dalla familiare disabile minacciandola di chiederne l’interdizione e soprattutto l’internamento in una struttura. Una storia a tinte fosche, ma ancora tutta da scrivere quella che vede coinvolti due avvocati della Lucchesia, la madre di 83 anni e le sorelle di 58 e 46 anni della persona offesa, una donna di sessant’anni affetta da deficienza psichica sin dalla più tenera età. Le cinque persone - al termine di un’inchiesta condotta dal sostituto procuratore Sara Polino - sono state rinviate a giudizio dal gup Simone Silvestri con l’accusa di circonvenzione d’incapace e di truffa. Il processo si terrà il 18 ottobre di fronte al giudice monocratico Nidia Genovese.
UNA LUNGA STORIA
I fatti prendono spunto da una vicenda che si perde nel tempo. Bisogna risalire al 1989 quando alla donna, all’epoca sui trent’anni, venne diagnosticata una «schizotimia in fase marcatamente depressiva». Ne seguì una fase di cure e ricoveri in ospedale sino a quando nel 1992 la giovane riuscì a sfuggire ai controlli dei sanitari e a gettarsi da un parapetto - che risultò non a norma perché troppo basso e quindi facilmente superabile - dell’ospedale di Castelnuovo precipitando nel vuoto. Un incidente che la costrinse alla sedia a rotelle per tutta la vita. I familiari della donna intentarono una causa civile all’Asl e in primo grado ottennero una cifra che si aggirava sui 300mila euro. Importo ritenuto insufficiente tanto da intraprendere un nuovo contenzioso al tribunale civile stavolta con due nuovi avvocati, una della Garfagnana e uno della Lucchesia.
PATTI DI QUOTA
Nel 2011 il tribunale civile stabilisce un ulteriore risarcimento - per i danni subiti dalla donna dopo la caduta da parapetto della struttura sanitaria - pari a quasi 700mila euro. Secondo il pm, il 2 ottobre 2012, prima della sentenza di secondo grado, rappresentandolo come una pattuizione ricorrente, i legali avrebbero indotto la donna affetta da «psicosi schizoaffettiva con paraplegia post traumatica» a firmare un patto di quota lite a favore della legale della Garfagnana fissando una misura percentuale del 18% del risultato ottenuto, con autorizzazione a farsi versare la somma dovuta dalla controparte nonostante il divieto previsto dall’articolo 13 della legge 247 del 2012. I due legali sono accusati di essersi fatti accreditare 180mila euro (superiore al 18% indicato). Questo prima di rappresentarle la decisione della madre e delle due sorelle di avanzare ricorso per la sua interdizione con nomina di un amministratore di sostegno. Madre e sorelle che, nell’aprile 2012 in attesa della sentenza di Appello, avrebbero minacciato di internare la congiunta in una struttura sanitaria inducendola così a consegnare 3 assegni circolari da 50mila euro ciascuno che poi si sono spartite. —
Luca Tronchetti
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