Sicurezza
Un’intera comunità contro gli assi viari «Un’interminabile barriera di cemento»
Tutti contestano il progetto ed emerge un particolare Durante i lavori saranno sigillati tutti i pozzi privati
Il tema assi viari, e non poteva essere altrimenti, visto l’impatto che avrà sulla zona, è stato uno dei temi più caldi di questo Caffè Tirreno. Impatto visivo, inquinamento, viabilità: tante le ragioni per cui, a chi vive qui, quel progetto proprio non va giù. Ma tra i tanti aspetti ve ne è uno, particolare, che finora non era emerso: quei lavori rischiano anche di “assetare” (e non in senso metaforico) la zona. A spiegarlo sono Domenico Bandoni, Tiziano Salsini e Aldo Andreotti: «Ci è stato spiegato che nel periodo dei lavori saranno sigillati tutti i pozzi nell’arco di centinaia di metri dall’area del cantiere, perché, dovendo scavare in profondità per installare i piloni, c’è il rischio di inquinamento della falda acquifera». E quei pozzi non servono solo per l’agricoltura (e già questo è importante), ma in molti casi alimentano anche le case, visto che in molti non sono allacciati all’acquedotto. «Era già successa una cosa del genere molti anni fa – ricorda Andreotti, all’epoca vigile del fuoco – quando per un inquinamento della falda dovevamo venire con le autobotti per portare l’acqua». Solo un aspetto dei tanti per cui quest’opera non piace, un progetto, a detta di tutti, «nato vecchio, su carte catastali degli anni Novanta, e mai cambiato». E per il quale non sono mai state prese in considerazione alternative («Per esempio correre lungo il Serchio, fra l’altro senza bisogno di spendere così tanti soldi per fare oltre mille espropri»).
«Gli assi viari servono soltanto alla Garfagnana – fa eco Giancarlo Ramacciotti – ma distruggono la Piana, trasformandola in una distesa di cemento che danneggerà il paesaggio, ma soprattutto metterà a rischio la salute dei cittadini con l’inquinamento che inevitabilmente aumenterà per il continuo passaggio di vetture e mezzi pesanti lungo il tracciato». Ramacciotti si dice deluso dalla condotta dell’amministrazione comunale «che ha fatto una bandiera della salvaguardia del verde e della lotta alla cementificazione, per poi ignorarle totalmente. Non occorre costruire giganteschi terrapieni, muri e piloni di cemento e strade sopraelevate che sfiorano le abitazioni e rovinano ambiente e paesaggio in modo irreversibile. Lucca, in particolare, non ha bisogno di questo, aggiunge, anche perché la nostra zona industriale è quella di Mugnano. Bastava riprendere il progetto dell’asse est-ovest che prevedeva una strada di collegamento di via Einaudi che proseguisse lungo l’argine del Serchio, verso il Foro Boario, fino all’ostello sulla via del Brennero, eliminando così buona parte del traffico, soprattutto quello pesante, sulla circonvallazione e in via Salicchi». Secondo questa lettura l’ideale sarebbe riprendere il vecchio progetto che, dall’asse est-ovest, portava verso il ponte Carlo Alberto Dalla Chiesa, proseguendo verso Capannori, con una strada a raso non impattante e a costi contenuti rispetto a quelli del progetto attuale «e che potrebbero riservare brutte sorprese, nel caso in cui, per un qualsiasi motivo le risorse venissero a mancare e i lavori dovessero essere interrotti, magari a causa del fallimento di una ditta appaltatrice».
«Va bene lo sviluppo del territorio – interviene Rosanna Guidotti – ma non così, con un’interminabile barriera di cemento che isola molti quartieri e in alcuni punti arriva oltre 11 metri di altezza, chiudendo la visuale, non solo alla mia, ma anche a tante altre abitazioni, senza poi considerare l’esproprio di molti terreni a favore di un’assurda cementificazione». Tra le “vittime” anche l’abitazione di Vittorio Marianetti che si vedrebbe abbattere il cancello, parte del muro di cinta e del giardino: «L’unica zona di verde rimasta in questa zona è quella in prossimità del mulino Casillo, che sparirebbe con le mostruose paratie e il terrapieno che si innalzerebbe da 2 a5metri, fino alla strada che porta a Marlia, per poi fare spazio al ponte che passerebbe sopra lo stesso mulino. Uno sfacelo». —
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