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norme e burocrazia 

Dirigenti pubblici, stipendi “oscurati” Ma per la Consulta vanno pubblicati

Barbara Antoni
Dirigenti pubblici, stipendi “oscurati” Ma per la Consulta vanno pubblicati

La sentenza di febbraio 2019 giudica incostituzionale divulgare i loro dati patrimoniali ma non i soldi percepiti dagli enti

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Black-out sui compensi dei dirigenti pubblici in tanta parte dei siti istituzionali delle pubbliche amministrazioni della Lucchesia. Rimangono sui siti i curricula degli stessi, le dichiarazioni di insussistenza di cause di inconferibilità e di incompatibilità allo svolgimento dei rispettivi uffici. Ma le cifre con i compensi percepiti per il lavoro svolto per la pubblica amministrazione sono scomparsi, o indicati con uno zero.

Forse una valutazione affrettata della sentenza depositata dalla Corte Costituzionale il 21 febbraio 2019, che afferma l’incostituzionalità dell’obbligo generalizzato di pubblicare on line i dati su redditi e patrimonio dei dirigenti pubblici, ma mantiene invece l’obbligo della pubblicazione integrale di redditi e patrimonio (che riguarda anche il coniuge e i parenti entro il primo grado) per coloro che nel pubblico ricoprono un ruolo politico e rappresentativo dei cittadini, a partire dai sindaci.

Ma i contenuti della sentenza della Corte Costituzionale relativamente alla posizione dei dirigenti non sono invece così esimenti dalla pubblicazione di qualunque dato reddituale: i compensi percepiti dai dirigenti per il lavoro svolto nella pubblica amministrazione (retribuito con soldi pubblici) può essere dichiarato, come gli importi di viaggi di servizio e missioni pagati con soldi pubblici. Nella maggior parte dei casi però si è preferita la misura di oscuramento totale. Come risulta ad esempio dai siti istituzionali dei Comuni di Lucca e Capannori.

«Con la sentenza numero 20 del 21 febbraio 2019 – spiega il professor Pasqualino Albi, docente di Diritto del Lavoro nel dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pisa – la Corte Costituzionale si è pronunciata sul decreto legislativo 33 del 2013 in materia di diritto di accesso civico e obblighi di pubblicità e comunicazione delle informazioni della pubblica amministrazione. La questione è molto delicata. Alla base c’è un’esigenza di contemperamento tra diritti e libertà importantissimi: da una parte la trasparenza delle pubbliche amministrazioni e il diritto dei cittadini di avere notizie chiare sulla spesa pubblica, dall’altra il problema della privacy: il dipendente pubblico anche alla luce del regolamento comunitario del 2016, ha diritto di riservatezza sull’eventuale lavoro privato che contemporaneamente può svolgere. Il decreto del 2016 è stato “accusato” di essere in contrasto con i principi di protezione dei dati personali, che va salvaguardato»”.

Il punto fondamentale, sottolinea il professor Albi, è che «la Corte Costituzionale, nella sentenza di febbraio 2019, dichiara incostituzionale questa disciplina, ma non al 100%, e si sofferma su una specifica questione: non si può equiparare il dirigente della pubblica amministrazione a un titolare di incarico politico. La Corte fa una distinzione: non è incostituzionale che la retribuzione che il dirigente percepisce dalla pubblica amministrazione sia resa pubblica. Il trattamento retributivo del dirigente secondo il contratto in essere della pubblica amministrazione deve essere reso pubblico. La disciplina è incostituzionale nella parte in cui tutti gli altri redditi del dirigente vengano resi pubblici. Un conto – ribadisce – è essere un dirigente, un conto un politico, che è rappresentante di una volontà popolare e deve rendere conto ai cittadini. Di quest’ultimo deve essere nota la sua completa posizione reddituale, i redditi soggetti a Irpef, le quote di partecipazione in società, il suo patrimonio: obbligo che si estende al coniuge e ai parenti di secondo grado. Per i dirigenti invece l’obbligo è limitato al reddito percepito dalla pubblica amministrazione, i soldi spesi per viaggi e missioni: tutto quanto è pagato con soldi pubblici». —





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